Nuovi corsi di fotografia, tanti per tutti

I miei corsi e workshop sono propedeutici all’affinazione della capacità visiva ed espressiva di ogni studente. Tutti sono composti da parti pratiche e teoriche. Vi saranno discussioni sugli scatti effettuati e verrà consegnato materiale didattico. Lo scopo dei corsi è quello di migliorare la visione degli studenti, al fine di cercare o affinare lo stile personale. Un abbraccio a tutti, vi aspetto e vi bacio, non tutti! Ciao

Workshop

1Fotografia di Nora Kabli, partecipante all’ultimo workshop a New York

Iscrizione
Per l’iscrizione al corso contattare Sara Munari sara@saramunari.it

Mimmo Jodice, grandissimo.

Mimmo Jodice è uno dei grandi fotografi della storia della fotografia italiana. Vive a Napoli dove è nato nel 1934. Fotografo di avanguardia si dagli anni sessanta, attento alle sperimentazioni ed alle possibilità espressive possibilità espressive del linguaggio fotografico, è stato protagonista instancabile nel dibattito culturale che ha portato alla crescita e successivamente alla affermazione della fotografia italiana anche in campo internazionale.

Nel 1980 pubblica VEDUTE DI NAPOLI che segna una svolta nel suo linguaggio e contribuisce a fornire una nuova visione del paesaggio urbano e dell’architettura. Nel 1981 partecipa alla mostra EXPRESSION OF HUMAN CONDITION, curata da Van Deren Coke, al San Francisco Museum of Art con Diana Arbus, Larry Clark, William Klein, Lisette Model. Nel 1985 inizia una lunga ed approfondita ricerca sul mito del Mediterraneo. Il risultato è un libro MEDITERRANEO, pubblicato da Aperture, New York, e una mostra al Philadelphia Museum of Art, a Philadelphia.

Sue mostre personali sono state presentate nei seguenti Musei: New York, Memorial Federal Hall,1985; Pechino, Archivi Imperiali, 1994; Philadelphia Museum of Art, 1995; Kunstmuseum Dusseldorf, 1996; Maison Européenne de la Photographie, 1998, Paris; Palazzo Ducale di Mantova, 1998; Museo di Capodimonte, Napoli 1998; The Cleveland Museum of Art, Cleveland 1999; Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma 2000; Castello di Rivoli, Torino 2000; Galleria d’Arte Moderna, Torino 2000; MassArt, Boston 2001; Wakayama, Museum of Modern Art, Japan 2004, The Museum of Photography, Moscow 2004; MASP – Museu de Arte de Sao Paulo 2004; MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto 2004; Istituto Italiano di Cultura, Tokyo 2006, Galleria d’Arte Moderna, Bologna 2006; Galleria d’Arte Moderna, Bologna 2006; Spazio Forma, Milano 2007, Museo di Capodimonte, Napoli 2008, Palazzo delle Esposizioni, Roma 2010, M E P Maison Européenne de la Photographie, Parigi 2010.

Nel 2003 l’Accademia dei Lincei gli ha conferito il prestigioso premio ‘Antonio Feltrinelli’ per la prima volta dato alla Fotografia. Sempre nel 2003 il suo nome è stato inserito nell’Enciclopedia Treccani. Nel 2006 l’Università degli Studi Federico II di Napoli gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura.

Biografia personale dal suo sito

Interessante presentazione, da vedere.

Sito personale dell’autore

Intervista dal sito del National Geographic, presa perché mi sembra interessante.

Come si è accostato alla fotografia?
Da autodidatta. Ho sempre avuto una grande disponibilità verso l’espressione artistica, inizialmente con il disegno e la scultura. Poi mi è stato regalato un piccolo ingranditore per la stampa in bianco e nero. Avrò avuto poco più di vent’anni, e lo usavo per sperimentare, anche senza negativo, con frammenti di tessuto, foglie secche… È stato allora che ho capito che la fotografia offriva una grande possibilità espressiva, e mi sono innamorato di questo mezzo.

Lei ha attraversato varie fasi creative, avvicinandosi anche alla fotografia documentaristica sulla sua Napoli, salvo poi tornare all’espressione puramente artistica.

Perché?
Inizialmente facevo pura sperimentazione, sia tecnica che linguistica. Poi, con l’avvento della rivoluzione creativa degli anni Sessanta, ho avvertito l’esigenza di documentare ciò che succedeva attorno a me, di occuparmi di problematiche sociali. Insegnavo all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dove sono stato il primo docente di fotografia in Italia, ed ero quindi vicino al mondo degli studenti e al loro impegno. Ma quella fase è durata solo alcuni anni, poi sono tornato alle mie sperimentazioni artistiche.

Spesso le sue foto sono caratterizzate da una visione metafisica, onirica… Quanto c’è di autobiografico nel suo lavoro?

Molto. Le mie foto non nascono da occasioni, sono riflessioni sulla realtà. Guardo molto più dentro di me che fuori. Quando concepisco un progetto può capitare che vada in giro a cercare le immagini necessarie per realizzarlo, ma sempre all’interno di una visione personale, che mi appartiene e che è silenziosa e  metafisica.

Lei è sempre stato fedele al bianco e nero analogico. Ha mai provato I nuovi mezzi digitali?

Ho cominciato col bianco e nero perché all’epoca si usava solo quello, ma poi è diventata una scelta espressiva. Stampo tuttora tutte le mie foto da solo, e se passassi al digitale dovrei rivedere la mia identità espressiva. La stessa cosa vale per il colore. La mia visione deve lasciare spazio per l’immaginazione, è meno descrittiva rispetto a quella della fotografia a colore.
Comunque il digitale è un passo avanti, una risorsa ulteriore per i fotografi: accelera i tempi e offre possibilità di intervento molto creative. Ma bisogna stare attenti nel manipolare: ci vuole grande capacità critica verso il proprio lavoro, altrimenti  –  come spesso accade  –  si rischia di combinare dei pasticci.

Cosa consiglia a un giovane che vuole accostarsi oggi alla fotografia?
Di non avere fretta. Non si possono raccogliere consensi in tempi brevi. Bisogna lavorare a lungo, sperimentare, maturare prima di mettersi in vetrina. Consiglio di studiare molto, di conoscere bene ciò che è stato già fatto, di confrontarsi con gli altri. Questo è fondamentale per tutti i linguaggi artistici. Occorre innanzitutto avere la capacità di comprendere, per poi lentamente progredire. Poi naturalmente bisogna imparare bene la tecnica fotografica (luce, composizione, equilibrio formale), e infine avere qualcosa da comunicare, cioè delle idee.

Ciao Sara

“Mario Giacomelli. La mia vita intera” Imparare dalle sue parole.

In “Mario Giacomelli. La mia vita intera”, Simona Guerra raccoglie e sistema tutte le conversazioni avute con il fotografo durante il concludersi dell’anno 2000.

Il libro è piccolo di dimensioni ma ricco di contenuti. Grande fotografo, attento osservatore con una personalità profonda e forte.

Purtroppo M.Giacomelli morirà prima di vedere la grande retrospettiva organizzata a Roma per il 2001, motivo per cui erano iniziate le conversazioni con Simona Guerra.

Nella presentazione del libro sentiamo la sua voce mentre parla della sua visione della Fotografia, con interventi puntuali, potenti e per me davvero istruttivi. Vi consiglio la visione e l’ascolto.

La vita di Mario Giacomelli è stata quella di un uomo speciale, ma di un uomo, prima ancora di essere quella di un celebre fotografo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Un uomo con le stesse paure di milioni di altri uomini, con le stesse domande senza risposte; una persona che nella vita ha affrontato nascite e morti, e che ha avuto gli stessi problemi di tutti i giorni di chiunque altro. Un’esistenza sensibile, che ha scelto la strada della fotografia e della poesia, con le quali egli ha condiviso la sua vita in modo semplice -non facile – puntando al cuore delle cose, alla sostanza; un uomo che ha evitato il superfluo, che è uscito dalla “folla” con le sue immagini apprezzate in tutto il mondo, che ha sempre preferito, alle pubbliche relazioni e alla vita dei grandi centri d’arte del mondo, la pace della sua piccola città e il profilo dolce delle sue colline, che non ha mai smesso, fino alla fine, di fotografare.

(da Amazon)

Per acquistare il libro

Christophe Agou, bravo reporter, da conoscere.

Ciao, oggi vi voglio far conoscere questo  bravissimo fotografo francese, che ci ha lasciato troppo presto lo scorso anno.

Anna

 

Christophe Agou (Montbrison, 14 ottobre 1969 – 16 settembre 2015) è stato un fotografo francese.

Dall’inizio degli anni Novanta, Christophe Agou si dedica alla fotografia documentaristica con grande sensibilità e senso poetico. Passa con disinvoltura dal bianco e nero al colore, dal paesaggio al ritratto, dal reportage al documento, senza privilegiare alcuno stile ma cercando continuamente di rinnovare le forme e le condizioni della propria visione. Sempre seguendo il proprio intuito, Christophe ha esteso la sua espressività anche ad altri media, creando assemblage e film.

Christophe Agou nasce nel 1969 a Montbrison, in Francia. Autodidatta, scopre la fotografia nel corso dei suoi viaggi in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1992 si stabilisce a New York e nel 1998 incomincia a ritrarre in una serie di foto i passeggeri della metropolitana della Grande Mela. Il risultato di questo lavoro diventa oggetto di un libro, Life Below (Quantuck Lane Press / W.W. Norton & Company 2004).

Nell’inverno del 2002, Christophe Agou torna in Francia, nella regione del Forez in cui è nato; percorrendo questi aspri territori si accorge di non averli mai dimenticati. Qui conosce varie famiglie di agricoltori e a poco a poco, visitandole regolarmente, ne diventa intimo amico. Comincia la serie Face au Silence (Di Fronte al Silenzio).

Nel 2006 è finalista del prestigioso premio W. Eugene Smith, nel 2008 del Prix de la Photographie dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi e nel 2009 riceve la menzione speciale al Prix Kodak de la Critique Photographique. Nel 2010, Christophe è vincitore della diciassettesima edizione del European Publishers Award for Photography.

I suoi scatti sono stati pubblicati ed esposti in tutto il mondo: al MoMA di New York, al Museum of Fine Arts di Houston, al Jeu de Paume di Parigi, alla Fondazione Pilar y Juan Miró di Palma di Maiorca, al festival francese Rencontres d’Arles, al Smithsonian American Art Museum di Washington DC, al Noorderlicht Fotofestival nei Paesi e in alcuni festival di fotografia in Cina.

Fonte: Wikipedia

Questo è il suo sito personale. Date un’occhiata anche ai suoi cortometraggi, qua

Qua trovate un’intervista rilasciata da Agou a Eric Kim nel 2014

Christophe Agou (1969 – September 2015) was a French documentary photographer and street photographer who lived in New York City. His work has been published in books and is held in public collections. He was a member of the In-Public street photography collective.

Agou was born in Montbrison, France in 1969. A self-taught photographer, Agou grew up in a small town in the Forez region, on the eastern side of the Massif Central.

From the early 1990s, Agou made documentary-style photographs in both black and white and color which take an allusive approach to the human condition. He also made short films and sculpture. In 1992, he moved to New York City.He began taking photographs in the streets that evoked a sense of longing and isolation. He made photographs at Ground Zero on September 11th, 2001, which were used in numerous publications. He first came to prominence with photographs taken in the New York City Subway, published in his book Life Below (2004).

In 2002 Agou returned to Forez. He traveled to the lesser-known parts of the region and got to know a community of family farmers whose identities are deeply rooted to the land. He photographed and filmed them at work and at home for eight years. This resulted in Face au Silence / In the Face of Silence, a documentary about rural life in early twenty-first century France. The work won him the 2010 European Publishers Award for Photography,and publication in six editions and in six languages.

He became a member of the In-Public street photography collective in 2005.

Agou died in September 2015 of cancer.

Source: Wikipedia

This is his personal website. Here are also some films he made

Here an interview given to Eric Kim in 2014

Un progetto impossibile. La magia continua

PrintCome abbiamo anticipato nell’articolo dedicato alla Polaroid, nel 2008 a seguito dell’annuncio dello stop alla produzione di pellicole istantane, Florian Kaps e Andrè Bosman intraprendo la strada che li porta a “resuscitare” la famosa pellicola istantanea. Il progetto è sicuramente ambizioso e sfidante, tanto da chiamarlo “ The IMPOSSIBLE PROJECT”. Con un investimento iniziale di poco piu di un milione di euro acquistano i macchinari. Il 2010 è il primo anno di commercializzazione delle nuove pellicole IMPOSSIBLE, il risultato delle vendite è purtroppo sotto le aspettative, probabilmente complice anche l’instabilità del risultato e la qualità dell’immagine sicuramente non paragonabile alle ultime Polaroid.
L’impossible team non demorde, e con la sperimentazione e l’impegno dei propri tecnici migliora sensibilmente il proprio prodotto, riportando sul mercato anche le istantanee nel formato 8X10”.
Sicuramente uno degli aspetti di forza del gruppo IMPOSSIBLE è il fatto che non si sono limitati a salvare la fotografia istantanea ma la hanno di fatto reinventata e sviluppata migliorando sensibilmente i problemi che avevano afflitto il prodotto durante le fasi iniziali del progetto.
Attualmente la proposta e la varietà di prodotti disponibili è aumentata notevolmente, una delle ultime invenzioni è L’IMPOSSIBLE INSTANT LAB, che grazie ad un applicazione per lo smart phone permette la stampa istantanea da file digitali realizzati con lo smart phone, fino all’utima nata “I-1”.
Non vi resta che scegliere secondo il vostro gusto e cimentarvi con le pellicole a sviluppo immediato. A mio parere, l’unico neo rimane il costo delle pellicole, non proprio basso, positivo è invece il risultato che rimane sicuramente interessante, magari da provare in qualche vostro progetto fotografico! Qui il sito IPOSSIBLE PROJECT

Sicuramente da menzionare è il lavoro di Maurizio Galimberti che dell’utilizzo e manipolazione delle pellicole Polaroid/Impossible ha fatto una sua cifra stilistica, immediatamente riconoscibile e caratteristica.

Giovanni

Fabio Bucciarelli, un fotoreporter

 

Fabio Bucciarelli (Torino, 23 ottobre 1980) è un fotografo italiano, specializzato in conflitti e diritti umani.

Dal 2010 documenta i grandi cambiamenti storici avvenuti in Africa e Medio Oriente, in particolare, la guerra civile libica dai suoi inizi fino alla morte di Gheddafi. I suoi più recenti reportage raccontano la guerra civile siriana e le situazioni umanitarie in Sud Sudan, Mali ed Haiti.

Prima di diventare fotografo, nel 2006 Fabio si laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso il Politecnico di Torino specializzandosi nello studio delle immagini digitali. Dopo avere lavorato come ingegnere per Il Master dei Talenti della Fondazione CRT decide di lasciare la sua carriera per dedicarsi interamente alla fotografia. Nel 2009 viaggia in Turchia ed in Iran per i suoi primi reportages. Torna in Italia e documenta il terremoto in Abruzzo, avviando una collaborazione con l’agenzia di stampa LaPresse/Ap. Le sue immagini vengono pubblicate su diverse testate internazionali e nel maggio dello stesso anno entra a far parte dei fotografi di staff. Verso fine 2010 abbandona l’agenzia e inizia a lavorare come freelance. Da allora comincia a viaggiare per documentare i conflitti mondiali e la violazione dei diritti umani. Nel 2011 lavora in Medio Oriente concentrandosi sui movimenti di rivolta civile conosciuti come Primavera Araba. Viaggia a Lampedusa, in Tunisia, in Egitto e documenta il conflitto libico dalle sue prime fasi fino alla morte di Gheddafi. Nel 2012 scrive, insieme a Stefano Citati, il libro L’Odore della guerra (Inviati al fronte, Aliberti editore) con le fotografie del conflitto libico. Nel Settembre del 2012 decide di documentare la guerra civile siriana. Il suo reportage da Aleppo vince la Robert Capa Gold Medal riconoscimento dato dal Overseas Press Club, che ogni anno individua il miglior reportage fotografico dall’estero, per realizzare il quale siano stati necessari eccezionali doti di coraggio e intraprendenza, oltre che con il World Press Photo, il Picture of the Year International (POYi) ed il Sony Award, Il Premio Ponchielli ed il Best of Photojournalism (BOP).

I suoi lavori sono stati pubblicati da TIME Magazine, The New York Times, BBC, Al Jazeera America, The Guardian and Observer, The Wall Street Journal, Los Angeles Times, Foreign Policy, Paris Match, Stern, Die Zeit, Paris Match, Internazionale, La Stampa, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere e La Repubblica. Attualmente collabora con l’Agence France-Presse e con diversi quotidiani e magazine internazionali oltre che con ONG come l’ICRC (Croce Rossa Internazionale) e CCM(Comitato Collaborazione Medica).

Fonte: Wikipedia

Qua trovate il suo sito personale, qua un’interessante intervista sul sito Nikon

Avevamo parlato di Fabio, in occasione del lancio di MeMo Magazine.

 

Fabio Bucciarelli (Italy, 1980) is an award-winning photographer who focuses his attention on conflicts and humanitarian consequences of war.

Fabio spent the last years covering the major world changing events in Africa and Middle East. He reported from Libya – from its earliest stages until the death of Gaddafi – from Syria – during the civil war – and from forgotten countries in Africa as South Sudan and Mali. Fabio feels the urgency to tell the stories of people who are rendered powerless and provide unbiased information focused on human rights.

Before becoming a photographer in 2006 Fabio received the MS in Engineering from Politecnico of Turin. After, he attended the Universidad of Valencia where he specialized in Digital Imaging. In 2007 he won “Master dei Talenti” an Engineering grants program which offered him to work in a company in Barcelona. From 2009 he devoted himself entirely to photography and started working as staff member for La Presse/Ap. A couple of years later, he leaved the agency to dedicate his attention fully to documentary photography  working  beside in 2010/2011 as staff photographer for the Italian agency LuzPhoto.

Nowadays Fabio collaborates as a freelancer with Agence France-Presse and works on assignment worldwide for magazines and newspapers and NGO’s and International agencies such as UNHCR and  ICRC.

In 2013, his project Battle To Death – focusing on Syria’s civil war – won the prestigious Robert Capa Gold Medal awarded by the Overseas Press Club of America. Fabio has also been prized by World Press Photo, Prix Bayeux-Calvados, Pictures of The Year International, Best of Photojournalism, Leica Oskar Barnack, Sony International Photography Award and FotoEvidence Book Award.

His work has been published, among others, by TIME Magazine, The New York Times, BBC, CNN, Al Jazeera America, AL Jazeera English, The Guardian and Observer, The Wall Street Journal, Los Angeles Times, Foreign Policy, Paris Match, Le Monde, El Pais, Stern, Die Zeit, Internazionale, La Stampa, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica and Il Corriere della Sera.

In recent years Fabio’s dispatches from the field have been published by Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Time Magazine and Al Jazeera America. Fabio images appear in several books, between them “The Gold Medals” and “10 Fotografi, 10 Storie 10 Anni” edited by Contrasto.  Beside this, he wrote with Stefano Citati the book  “The Smell of the War”.

In 2015, with other committed photographers and a group developers, Fabio founded MeMo Mag, a platform that uses the strength of digital technology to develop new ways of storytelling.

Source: personal website

Here an interesting interview recently published on Time

Anna

La (foto)camera di Pandora, lettura d’agosto

Joan Fontcuberta

La (foto)camera di Pandora – La fotografi@ dopo la fotografia

Contrasto

 

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Con l’avvento del digitale la fotografia ha subito notoveli cambiamenti e mutato il significato, secondo Fontcuberta i due sistemi hanno specifiche intenzioni: legata alla memoria quella analogica e alla necessità di esprimere la propria esistenza ( in modo effimero ) quella digitale. “…le foto non servono più ad immagazzinare ricordi, né a essere conservate. Servono come esclamazioni di vitalità, come estensioni di esperienze che vengono trasmesse, condivise, e poi scompaiono…”. L’autore analizza come la massificazione della fotografia abbia fatto diventare il fotografare un gesto “banale”. La “rivoluzione” si era già palesata con l’avvento della Polaroid, il digitale ha scavato un solco ancora più profondo, azzerando di fatto, l’attesa che separava l’immagine latente da quella manifesta. Il tema fondamentale è l’analisi di dove la fotografia digitale ci stia portando e soprattutto di come abbia cambiato il nostro modo di valutare le immagini, la proliferazione delle stesse e talvolta l’uso della postproduzione ( e scivoloni vari ) hanno in molti casi fatto perdere alla fotografia il valore di “documento attendibile”. Lo scenario è quello di una smisurata “discarica” colma di immagini, esemplare in questo è la scelta di Joachim  Schmid di non produrre immagini, al contrario ne raccoglie e utilizza di già esitenti per generare i propri lavori “ecologicamente compatibili”. Un pensiero sotto molti punti di vista condivisibile, rimango comunque dell’idea che la visione non può essere condizionata dallo strumento, anche se in alcuni casi si può rivelare un’ottimo “limitatore” al gesto compulsivo. Il lavoro di Fontcuberta lo interpreto come un monito ad un uso più consapevole dell’immagine fotografica, ed è per questo che non posso far alto che consigliarvi la lettura.

Per l’acquisto

Giovanni