Fotografia e materialità in Italia

Fotografia e materialità in Italia

Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi, Luigi Ghirri

Nicoletta Leonardi

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Questo libro ha come oggetto l’analisi della della fotografia in Italia degli anni sessanta e settanta, in particolare indaga come, tramite la fotogarfia, alcuni autori ( Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi e Luigi Ghirri ) analizzano come la meterialità e i luoghi in cui viviamo hanno influenzato la cultura di quel periodo e di conseguenza  aumentato l’interesse verso la città e il territorio.

Il rapporto che le persone instaurano con gli oggetti e i luoghi sembra evidente e sempre presente, anche se  il lavoro degli autori presi in considerazione è talvolta divergente, ciascuno dei fotografi che l’autrice ha analizzato usano i contesti in cui viviamo e gli oggetti con i quali viviamo enfatizzandone l’importanza che assumono per gli individui.

Il conivolgimento che le opere di Franco Vaccari attuano verso il pubblico.

Il lavoro di “operatore” che Mario Cresci mette in atto analizzando le ralazioni che legano tra loro, persone, luoghi , oggetti e il costante confronto diretto con il sociale.

La continua relazione tra esseri viventi , oggetti , luoghi e dello stesso autore, di Guido Guidi ; “io non guardo soltanto il paesaggio, ma ne faccio esperienza, perchè io stesso sono dentro il paesaggio, vedo il paesaggio che guarda me “ .

Il territorio locale, la memoria e l’attenzione verso il quotidiano che caratterizzano il lavoro di Luigi Ghirri.

Il libro offre un’ampia e sicuramente eterogenea visione della  ricerca fotografica di quattro fondamentali autori Italiani.

Qui un’intervista a Nicoletta Leonardi

In vendita qui.

 

Giovanni

Araki Amore

Araki Amore – Galleria Carla Sozzani

di Gianluca 

Sono stato a visitare la mostra di Nobuyoshi Araki, dal titolo “Araki Amore”, allestita presso la Galleria Carla Sozzani – in Corso Como 10 a Milano – a cura di Filippo Maggia.

Araki mi ha sempre affascinato come artista fotografo per i sui scatti controversi. Riesce a mettere in relazione dolcezza femminile, erotismo (mai volgare) e tensione che scucita in me ansia.
Vita e morte spesso si intrecciano.

Esplora il mondo misterioso femminile, dal quale è profondamente attratto, attraverso l’obiettivo e ce lo rende visibile quasi come fossero scatti “still-life”.

Nello spazio sono esposte circa 80 opere, molte delle quali realizzate nell’ultimo biennio dove la figura femminile è meno presente ma rappresentata attraverso studiate composizioni di fiori, giocattoli e mostri; un video-documentario girato durante una sessione di nudo con la danzatrice Kaori e numerose polaroid che sono degli assemblaggi tra cieli, corpi nudi e interventi di pittura.

Pubblico alcune foto dell’esposizione

Vi consiglio di andare a vedere la mostra di Araki, visibile fino al 26 marzo 2017.
Ingresso libero!

Di Nobuyoshi Araki ne abbiamo già parlato in questi articoli:

 

“Se la devi spiegare non è venuta bene” Che stupidaggine! Le foto vanno spiegate.

“La fotografia rischia sempre di essere fraintesa quando non abbia l’ausilio indispensabile della parola” afferma Jean Keim ne “La fotografia e la sua didascalia”

Io non posso essere che d’accordo.

Troppo spesso mi capita di sentire questa frase “Se la devi spiegare non è venuta bene” (tra l’altro parte di una frase di Ansel Adams). Ma chi cavolo lo ha detto? (A parte Adams intendo!) Non è così. E’ una bugia! Non è solo così…

C’è un legame  tra fotografia e spiegazione (didascalia), l’insieme delle due dona la comprensione del significato dell’immagine, sicuramente a un livello più alto. A meno che non si voglia godere della fotografia solamente a livello estetico.

L’immagine va contestualizzata dal punto di vista biografico, temporale e geografico, altro che palle…lo vediamo soprattutto sui giornali, ma non solo.

Pensate a quanti progetti perderebbero di significato se non accompagnati da testo.

Lo studioso afferma anche “la comunicazione trasmessa da una fotografia senza didascalia, rimane indecisa, imprecisata”.

Anche io non sono d’accordo con le teorie di coloro che affermano l’esistenza di un linguaggio fotografico e concordo con Barthes secondo cui la fotografia sarebbe un “messaggio senza codice”.

Da fotografi scegliamo una proporzione del reale, la prospettiva e il colore, l’ottica ecc…come può chi osserva le nostre fotografie comprendere ciò che abbiamo escluso dallo scatto? Come può comprendere il contesto, se non spiegato?

Certo, se ci si basa su una lettura superficiale, possiamo elencare gli elementi contenuti in un’immagine, ma non il suo significato completo, possiamo immaginare alcune cose e interpretarle a seconda di ciò che siamo e conosciamo.

Questa è una piccola citazione, parte di un articolo di Michele Smargiassi su Repubblica

La didascalia, per Franco Vaccari, dimostra appunto questo, che la fotografia non possiede un suo codice univoco, una grammatica che ne sciolga il senso come accade con le frasi della scrittura. Se le fotografie parlassero così chiaramente, la mise giù con ironia Mark Twain, nessuno avrebbe inventato le didascalie.

Nel caso di progetti fotografici di più immagini, mostre, libri ecc…la didascalia risulta essere la presentazione, la sinossi che comunemente troviamo ad inizio mostra che spiega l’intero tema del lavoro inquadrandolo in un contesto più preciso e funge da chiave interpretativa per il tutto.

Vi faccio un esempio concreto:

Osservate queste immagini e ditemi cosa capite…

Scrivetelo pure qui sotto come commento all’articolo.

Vi aspetto settimana prossima per la seconda parte dell’articolo, ciao

Sara

Mariagrazia Beruffi, nuovo autore Mu.Sa.

Con Mariagrazia Beruffi abbiamo ricominciato a selezionare gli autori di Mu.Sa. del 2017. Speriamo vi piaccia!

 

SOTTO IL TRENO DEL CIELO

Sotto lo “Sky Train” che su enormi piloni di cemento attraversa tutta la città e una giungla di cavi elettrici scorre la vita a Bangkok. Traffico, umidità, cibo, sudore, sesso e droga sono ciò che travolge i sensi di chi percorre quelle strade congestionate. Sopra la ferrovia svettano alberghi di lusso e grattacieli dalle forme improbabili. Sotto, vive un mondo di miseria, topi e scarafaggi dove la gente respira attraverso mascherine inutili. Uomini, donne, transgender, non fa differenza. Serve solo vendere l’unica cosa che la natura ha dato loro per sopravvivere, un corpo giovane, ma per poco.

Mi chiamo Mariagrazia Beruffi, vivo a Brescia e non sono una fotografa. Sono insegnante di lingue straniere ma dopo un percorso di studi di grafica ho scoperto la fotografia e nel 2015 ho iniziato ad approfondire la mia conoscenza di questo mondo.  Ancora non so perchè fotografo però è diventata una passione che spero di riuscire a coltivare a lungo

www.mariagraziaberuffi.com

Storia di una fotografia: Migrant Mother, Dorothea Lange, 1936

Oggi vi presentiamo un’altra fotografia iconica, inclusa dal Time tra le 100 fotografie più influenti di tutti i tempi.

Ve ne raccontiamo un po’ la storia.

Ciao

Anna

“You can see anything you want to in her. She is immortal.”
—Roy Stryker, Farm Security Administration

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Dorothea Lange svolgeva da anni un’intensa opera di ricognizione tra i disoccupati, i senzatetto e i migranti della California e dal ’35 la Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi economica, aveva commissionato a lei e ad altri grandi fotografi come Walker Evans una serie di reportage, complice un clima di forte interesse documentaristico. Nel marzo del 1936, dopo aver terminato un’inchiesta fotografica sui braccianti agricoli della periferia di Los Angeles, mentre attraversava la Highway 101 per tornare a casa, vide un cartello che segnalava un campo di raccoglitori di piselli (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker) a Hoboken, nel New Jersey; inizialmente resistette alla tentazione di fermarsi, aveva già raccolto molto materiale, ma dopo aver percorso quasi 20 miglia, qualcosa le fece cambiare idea. Fece inversione, imboccò una strada fangosa e si trovò davanti un soggetto adatto alle sue ricerche: all’incirca 2500 persone, in un tentacolare e squallido agglomerato di baracche e tende che combattevano la fame. Erano stati richiamati alla raccolta da inserzioni sui giornali, ma si erano ritrovati ben presto senza lavoro e senza paga a causa di una gelata. Tra loro c’era anche Florence Thompson.

“La vidi e mi avvicinai alla madre disperata e affamata nella tenda, come se fossi stata attratta da un magnete. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o quella della fotocamera, ma ricordo che mi fece delle domande. Ho scattato ssei foto, avvicinandomi sempre di più dalla stessa direzione. Non le chiesi il suo nome né la sua storia. Lei mi disse che aveva 32 anni.”, scrisse poi la Lange. Il raccolto della fattoria era congelato e non c’era lavoro per i raccoglitori senza dimora, così la trentaduenne Florence Thonpson vendette i pneumatici della sua auto per comprare il cibo, a cui si erano aggiunti alcuni uccelli cacciati dai bambini. La Lange, che credeva si potessero capire le persone attraverso lo studio da vicino, inquadrò i bambini e la madre, i cui occhi, consumati dalla preoccupazione e dalla rassegnazione, guardò oltre la fotocamera.

La Lange scatto 6 immagini con la sua fotocamera Graflex 4×5 e più tardi scrisse “Sapevo di aver catturato l’essenza del lavoro che mi era stato commissionato”.

Ecco i suoi provini a contatto:

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In seguito la Lange informò le autorità della situazione di emergenza delle persone che vivevano all’accampamento, e queste mandarono 20.000 pounds di cibo. Delle 160.000 immagini scattate dalla Lange e dagli altri fotografi per la Resettlement Administration, Migrant Mother è diventata senza dubbio la fotografia più iconica della Grande Depresssione.

Nacque così la foto della Migrant mother e fino al 1978 l’identità della donna ritratta restò avvolta nel mistero per la negligenza della Lange, colpevole di non aver raccolto alcuna informazione su di lei, finché la Associated Press non fece pubblicare una storia sullo scatto, suscitando l’ira di Florence Thompson, che scrisse una lettera per esprimere il proprio disappunto per quell’immagine, affermando di sentirsi «sfruttata» da quel ritratto, dal quale peraltro non aveva ricavato un soldo. In realtà quella foto non avrebbe dovuto esser venduta, né pubblicata, come promesso a Florence Thompson dalla fotografa, perché di proprietà del governo e quindi di pubblico dominio, e invece gli scatti della Lange furono inviati al San Francisco News e immediatamente pubblicati, senza fruttare alcuna royalty alla fotografa, ma garantendole l’immortalità nell’olimpo della fotografia.

Esiste un curioso fatto che riguarda questa fotografia: nello scatto originale (conservato alla Library of Congress di Washington), appare il dito di una mano in basso a destra, che però nella foto andata in diffusione di stampa è stato ritoccato. Sul sito della Library of Congress è possibile visionarle entrambe.

 

Biografia di Dorothea Lange (fonte Wikipedia)

Dorothea Lange (Hoboken, 26 maggio 1895 – San Francisco, 11 ottobre 1965) è stata una fotografa documentaria statunitense. Il suo nome alla nascita era Dorothea Margaretta Nutzhorn, ma decise di farsi chiamare Dorothea Lange, prendendo il cognome della madre. Nel 1902, a soli 7 anni, fu colpita dalla poliomielite, che le causò un deficit permanente alla gamba destra.Dorothea Lange reagì al suo handicap con estrema determinazione, studiando fotografia a New York con Clarence White e collaborando con diversi studi, come quello, celebre, di Arnold Genthe. Nel 1918 partì per una spedizione fotografica attraverso il mondo. Quando i soldi finirono si fermò a San Francisco, aprendo un suo studio personale e diventando parte integrante della vita della città, fino alla morte. Proprio lì dove Genthe aveva costruito il suo successo, prima di spostarsi a New York, Dorothea Lange consolidò il suo futuro: sposò il pittore Maynard Dixon ed ebbe due figli, Daniel (1925) e John (1928). La Lange frequentò alcuni dei fotografi fondatori del Gruppo F/64, ma non aderì mai formalmente al gruppo. È invece sicuramente una fotografa che aderì alla filosofia della straight photography.

La sua capillare opera di ricognizione tra disoccupati e senzatetto della California suscitò le immediate attenzioni della Rural Resettlement Administration, organismo federale di monitoraggio della crisi destinata, in seguito, a diventare l’FSA (Farm Security Administration). Fotografò i contadini che avevano abbandonato le campagne a causa del Dust Bowl, le tempeste di sabbia che avevano desertificato 400.000 km² di terreni agricoli degli stati uniti. Le sue foto attrassero l’attenzione di Paul Schuster Taylor, economista della università della California, che le commissionò un’ampia documentazione fotografica.

Tra il 1935 e il 1939, fece un gran numero di reportage, sempre sulla condizione di immigrati, braccianti e operai. Il 1935 fu anche l’anno in cui Dorothea divorziò da Dixon, sposando Paul Taylor che divenne l’uomo-chiave della sua attività professionale: ai reportage fotografici della moglie, Taylor contribuì con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture.

A causa delle cattive condizioni di salute in cui versò negli ultimi anni di vita, la sua attività subì una brusca battuta d’arresto. Morì a 70 anni per un cancro all’esofago.

 

 

 

 

Che palle ‘sto orizzonte storto.

Buongiorno a tutti, vorrei svelarvi un segreto.

Le fotografie con l’orizzonte storto non sono sbagliate! Siiii…

Non so dove abbiate letto, su quale fantastico manuale che una foto leggermente inclinata è una foto sbagliata.

Mi è capitato ultimamente di postare un articolo accompagnato da una fotografia mia, che aveva l’orizzonte leggermente storto. L’articolo parlava di tutt’altro, ma sotto i commenti descrivevano la caratteristica sopracitata, come un errore fotografico.

Ho visto molte foto di grandi autori che avevano questa caratteristica e nessuno si è mai sognato di andare a dir loro: A Bressonne (Henri Cartier Bresson in Romano) e raddrizzate sto orizzonte!

Le seguenti fotografie che allego, non sono fotografie di Figuccio Carmelo ma di ben noti autori già affermati nella storia della fotografia.

©Henri Cartier Bresson

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©Henri Cartier Bresson

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©Elliot Erwitt

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©William Klein
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 Mi chiedo da dove provenga questa fantasiosa regola.

Non sto affermando certamente che le fotografie con l’orizzonte storto siano meglio di quelle con l’orizzonte dritto o viceversa, sto solo dicendo che in qualche caso l’orizzonte storto è secondario rispetto al contenuto della fotografia, che passa in primo.

E gli orizzonti sono storti e i toni sono squilibrati e non rispetti i terzi, ma alloraaaa?
Quali sono le regole da seguire nella fotografia?

La regola vera, in fotografia, è che non ci sono regole e che se prendi una cosa al volo e ha l’orizzonte storto va bene, cavolo…va bene. Intanto comincia a scattarla una foto dove ci sia un contenuto, poi parliamo all’orizzonte.

La capacità  di un fotografo è quella di intuire quando è il momento di scattare, quando è la frazione di secondo in cui ti viene regalata una fotografia.

Non esistono regole. Esistono foto che funzionano e foto che non funzionano.  Se la foto funziona e ha l’orizzonte storto, il soggetto è centrato, un piede tagliato, è perché il suo contenuto è più potente di qualsiasi regola legata alla sezione aurea o alla questione dei terzi. In qualche caso rimango davvero colpita da come ancora oggi ci sia gente che invece di badare al messaggio e alla forza evocativa di un’immagine possa basarsi sui gradi a cui abbiamo spostato la nostra personale ‘bolla’.

 Vi lascio affermando che mi capiterà di nuovo di scattare foto con l’orizzonte storto e se le giudicherò buone foto, le metterò tutte quante in un’unica mostra, per farvi venire il vomito. Buona Giornata

Sara

Chi è Jamie Livingston? un uomo. Bellissima storia da conoscere.

Questa  è  la storia di Jamie Livingston.

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Non è un fotografo, è un uomo che racconta la sua vita ogni giorno dal 31 Marzo 1979 al 25 Ottobre 1997. Lo fa attraverso fotografie Polaroid. Lo fa per anni.

6697 Polaroid raccontano cosa ha visto e vissuto durante i suoi giorni.

Era un filmmaker, un fan dei Mets, suonava la fisarmonica…nelle foto c’è la sua vita e la sua morte.

I suoi amici hanno ricostruito la sua storia raccogliendo tutto il lavoro. Questo il sito che raccoglie tutte le sue immagini.

 

Guardate questo video

 

 

Jamie Livingston (October 25, 1956 – October 25, 1997) was a New York-based photographer, film-maker and circus performer. Between March 31, 1979 and October 25, 1997, the day of his death, he took a single picture nearly every day with a Polaroid SX-70 camera. Livingston’s ‘Polaroid a Day’ photographic diary started at Bard College and though some photos have gone missing from the collection, 6,697 Polaroids remain. The collection, dated in sequence, has been organized by his friends Hugh Crawford and Betsy Reid into an exhibit at the Bertelsmann Campus Center at Bard College called “Photo of the Day”, which opened in 2007. By the next year, the pictures were hosted online and became a popular discovery of several online blogs.

Biography

Livingston was a member of Chris Wangro’s circus troupe The Janus Circus founded by Wangro at Bard College with other Bard Alumni including Zeena Parkins. He also worked as a cinematographer and editor of music videos for MTV, as well as working on advertisements with Nike. In 1979, Livingston received a Polaroid camera and after a few weeks noticed that he was taking about one photo a day, which subsequently evolved into the Polaroid a Day project.

Livingston’s Polaroid a Day charted his experiences with a brain tumor, and his subsequent engagement and marriage.[ Crawford cited the “everyman quality to the photographs” as part of their appeal, with the collection documenting everything from Livingston’s lunch that day to the discarded Kodak and Polaroid packaging in a bin to TV screens showing presidents Carter, Reagan and Clinton.

Because Livingston took only one picture and kept it regardless, the day-to-day often took precedence over more unusual subjects. His photographs in and out of hospital continued up until the day of his Death.

Biografia da Wikipedia