Fake, fake, fake! vabbè, io ritocco!

Essere fotografo significa essere testimone delle “cose” del mondo. Sia nella documentazione più stretta che nell’interpretazione autoriale, offriamo una chiave di lettura su soggetti che fino a quel momento il fruitore non conosceva o non aveva mai compreso e definito. Siamo portatori sani di “storie”. Andiamo a toccare l’inconscio e svisceriamo i rapporti che le persone hanno con la società e più in generale l’umanità, mettendo in evidenza l’incompreso di ognuno.

Abbiamo una bella responsabilità. Soprattutto se il nostro lavoro è volto ad una documentazione. Una delle caratteristiche dei fotografi, fino all’avvento della fotocamera digitale, era che raramente loro immagine veniva smentita, a differenza degli scritti dei giornalisti.

Anche se, come potete ben vedere negli esempi qui sotto, le fotografie sono sempre state manipolate, per funzioni estetiche, politiche o per semplice scelta dell’autore.

Qui sotto alcuni esempi relativi ai primi anni di diffusione della fotografia:

1858: Henry Peach Robinson, “Fading Away”

(cinque negativi sovrapposti)

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Manipolazione fotografica e politica: una storia che inizia da lontano. 1860: il ritratto iconico di Lincoln, in realtà realizzato combinando il volto del presidente con il corpo di John Calhoun, politico morto nel 1850

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1865: Foto di gruppo di generali durante la guerra civile americana.

Il generale Francis Blair è stato aggiunto successivamente da Mathew Brady

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1872: William Mumler fa fortuna con la “spirit photography”: la sovrapposizione di due immagini spacciate per la prova di una presenza soprannaturale

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Le fotocamere digitali, quando sono state introdotte nel fotogiornalismo, hanno generato una discussione molto più aspra sull’etica del fotografo.

Fare una correzione ad una foto attraverso programmi di fotoritocco, non equivale a manipolare l’immagine, poiché può essere decisa esclusivamente per correggere eventuali difetti tecnici.

La prima domanda che vi pongo è quando l’estetica viola l’etica? Siamo abituati al fatto che le fotografie possano essere corrette eppure mi chiedo quanto possiamo essere manipolati da immagini a livello non conscio, inconsapevolmente?

Per quanto mi riguarda, faccio una distinzione netta tra documentazione e interpretazione. L’elaborazione delle immagini digitali non può comprendere la distorsione dell’immagine ritratta se si tratta di documentazione.

L’elaborazione di tutte le altre immagini, non solo è valida, ma diventa un nuovo livello di intervento da parte dell’autore. Un mondo da costruire da zero, ricco di possibilità.

Mario Giacomelli ha detto:

“Odio le immagini che rimangono così come la macchina le vede.
Riprendere un soggetto senza però modificare niente è come aver sprecato tempo.”

Ecco sono d’accordo con lui. Io voglio ritoccare, voglio potere intervenire, voglio cambiare e costruire e lo faccio. Ma nel mio caso, cerco sempre di non lasciare dubbi a chi guarda, le mie foto, quando lo sono, sono evidentemente ritoccate:

Ecco un paio di miei progetto

http://www.saramunari.it/ppp.html

http://www.saramunari.it/India.html

Probabilmente il limite è dettato dalla scelta del fotografo di porre il fruitore nelle condizioni di comprendere che si tratta di una foto non “naturale”, quindi un’immagine.

Ed il pubblico, quale è il suo dovere?
Il pubblico dovrebbe essere meglio educato, dovrebbe imparare a criticare, dovrebbe avvicinarsi alle immagini, come alle mutande, controllando se il cotone è buono!

Ancora Smargiassi ha detto

Ma il dovere di non essere ingenui e creduloni resta anche in capo a chi va di fretta. Perché è su questa condizione di relativa vulnerabilità del lettore che i falsari contano. E allora la prima barriera, quella standard, minima, essenziale, è questa: sapere che qualsiasi foto può essere stata manipolata. Non che tutte le foto sono manipolate, ma che la foto specifica che e stiamo guardando può esserlo stata.

Insomma, prestare a ogni immagine che vediamo solo una certa quota di fiducia condizionata. Non tuffiamoci immediatamente dentro l’immagine, cerchiamo di vedere la fotografia e non solo nella fotografia. Ricordiamoci sempre che una buona fotografia è quella che ci pone delle domande, che ci lascia delle incertezze, e non quella che finge di darci risposte e sicurezze.

Vabbè, vado a ritoccare l’ultimo lavoro!

p.s. Ma un altro dubbio mi si spiaccica sulla fronte:

Quando devo smettere di chiamare una fotografia,  fotografia e devo cominciare a chiamarla immagine (creata partendo da una fotografia)? Sono fotografa, quindi legata ad un presupposto di appartenenza alla ripresa dal reale o sono una che produce immagini?

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17 pensieri su “Fake, fake, fake! vabbè, io ritocco!

  1. Attingo a parole di Cluadio Rocchi per commentare …Quando pensi stai creando qualcosa l’illusione è di chiamarla illusione…la fotografia è pensiero, quello che utilizziamo,per immortalare l’attimo e adattarlo al nostro pensiero, siano macchine fotografiche siano sw, è immagine e fotografia, non vedo differenza.
    …Quando gridi la realtà non esiste hai deciso di esser dio e di creare ,quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa…
    cosa è la realtà fotografica se non il titolo dello scatto, la didascalia, l’articolo, il commento che leggo al piede ? e questo vale ancor più nella fotocronaca e nel giornalismo fotografico

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  2. Urca! Argomento delicato e controverso.
    La mia posizione è abbastanza allineata alla tua. In sintesi:
    – Se il lavoro è di tipo documentale, bisogna porre molta attenzione al ritocco, per non stravolgere completamente o manipolare la realtà.
    – Se il lavoro è invece di tipo autoriale, l’importante secondo me è l’onestà intellettuale del fotografo. Se il ritocco è dichiarato, è assolutamente lecito.

    Cito due casi relativamente recenti a riguardo:

    1) http://www.ilpost.it/renataferri/2014/12/03/la-fotografie-tarocche/

    2) http://www.ap.org/Content/AP-In-The-News/2014/AP-severs-ties-with-photographer-who-altered-work

    Come la pensate voi?
    Anna

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  3. Anna, indichi due modalità ma tu che stai guardando un’immagine come fai a sapere se l’autore ha posto … molta attenzione al ritocco, per non stravolgere completamente o manipolare la realtà….se quindi è stato onesto ? ( anche se non affronti il tema della realtà ) senza dimenticare che non esiste la differenza tra una foto d’autore ed una no, se il principio è che l’autore è la persona che ha premuto il tasto

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  4. Non sono contraria a prescindere alla manipolazione quando questa è dettata da esigenze espressive dell’autore, quando c’è dunque una motivazione robusta che rafforzi un’idea, un concetto.
    Discorso diverso è per quelle manipolazioni che pretendono di essere realistiche, in cui non solo l’autore cerca di convincerti che la foto rappresenta fedelmente quello che ha visto, ma nega anche l’uso di post produzioni “violente”.

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  5. ciao sara, ho appena letto il tuo nuovo post su fake etc… mi piacerebbe confrontare con te la mia visione tra fotografie e immagini. secondo me, finchè non viene stampata, un immagine rimane tale e acquista dignità di fotografia quando diventa materica, tangibile, quindi stampata. Sulla documentazione e l interpretazione concordo totalmente con te, aggiungendo una nuova figura, il pittore digitale, che partendo da un immagine digitale, e con la sua visione crea una sorta di quadro digitale e a questo punto… se viene stampata, come la possiamo chiamare? perdonami se ti ho fatto perdere un minuto con queste considerazioni e ti invio un caro saluto.

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    • Grazie Sandro, questa è una questione sulla quale ho riflettuto anche io. Io stessa sono fotografa o creatrice di immagini? Certo la partenza e’ reale, ma sempre ci metto molto del mio, a meno che non sia una documentazione. Mi chiedo quando una fotografia si possa definire tale e quando è una produzione della mia testa utilizzando la realtà come scusa, per sentirmi più tranquilla quando mi definiscono “fotografa” … Grazie Sandro

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  6. Io penso che il fotoritocco non debba essere fine a se stesso nel senso che possa essere eventualmente una componente creativa della fotografia non sono convinto che sia una buona cosa se usato per correggere errori del’ fotografo o per enfatizzare a solo scopo estetico..

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  7. Roberto, infatti non lo so. E’ qui che entra in gioco l’onestà intellettuale del fotografo. Un bel granchio l’ha preso anche Renata Ferri, che non è di certo l’ultima arrivata nel mondo della fotografia.
    Il fotografo onesto non spaccia come reportage un collage fatto con PS di immagini prese ovunque. Se lo vuole fare, perchè gli serve per esprimere una cosa, lo dichiara. Chiaramente però, si perde l’aspetto documentale del lavoro.
    Questo è il mio pensiero.

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  8. Si parla di realtà, fotoritocco ecc, come valutate l’ultimo lavoro ( business ) di McCurry ” Tierra ” realizzato per la Lavazza ?
    http://www.lavazza.it/it/mondo_lavazza/eventi/mccurry-tierra/
    anche costruire così artificialmente ed artatamente le situazione e luoghi di questi agricoltori della terra che non hanno nulla di polveroso, infangato, sudato come dovrebbe essere, non è modificare la realtà ? ma Mc Curry lo pagano profumatamente per ” imbrogliare ” il lettore, perchè non si dovrebbe fare in post?

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  9. Condivido al 200% il tuo pensiero, se il ritocco è propedeutico a dare concretezza al proprio immaginario perché devo farmi tante pippe? Sorry per il francesismo 😀 Aggiungo che se guardando un’immagine il primissimo pensiero va a come la fotografia è stata realizzata e/o postprodotta, vuol dire che è il ritocco è andato oltre l’accettabile, che la tecnica ha preso il sopravvento sul messaggio/racconto. Ciao

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