Ritratti e lettere d’amore tra E.Weston e T.Modotti. Due grandi autori uniti dalla Fotografia e non solo…

25 giugno 1927

Mio Dio Edward le tue ultime fotografie mi hanno davvero “tolto il fiato”! Davanti a loro mi sento senza parole. Che purezza di visione trasmettono. Appena ho aperto il pacco non riuscivo a guardarle a lungo, mi hanno rimescolata tutta nel profondo fino a farmi sentire un dolore fisico.

Edward questo è solo per dirti che le ho ricevute! Oggi pranzo con Felipe e dopo avergliele mostrate ti scriverò di nuovo.

Grazie per la gioia e gli stimoli che queste stampe mi hanno dato. – Se non ti scriverò ancora oggi certamente lo farò domani.

Tina

Stessa mattina. Poco più tardi.

Sto aspettando che Felipe venga a prendermi – le tue foto sono qui davanti a me – Edward – prima d’ora nell’arte non c’è stato nulla che mi abbia colpito come queste fotografie – non riesco proprio a guardarle a lungo senza sentirmi profondamente sconvolta – non mi turbano solo mentalmente ma fisicamente. – C’è qualcosa di così puro e nello stesso tempo qualcosa di così perverso in loro. -Racchiudono sia l’innocenza delle cose naturali che la morbosità di una mente sofisticata e distorta. Mi fanno pensare a gigli e allo stesso tempo a embrioni. Sono mistiche ed erotiche. – Felipe ha appena telefonato pregandomi di raggiungerlo alla “Pensione” – quindi devo mettere in fretta questa in una busta e spedirla mentre ci vado – a più tardi.

Stessa giornata. Sera.

Edward caro

Ti ho spedito due righe questa mattina – ma ora eccomi di nuovo qui dopo aver visto Felipe e avergli mostrato le fotografie. Pepe ci ha raggiunto durante il pranzo e così quando ho fatto vedere le tue foto c’era anche lui.

Bene Edward l’effetto è stato formidabile anche su di loro. io li ho osservati con attenzione dato che alla prima occhiata queste tue ultime fotografie mi avevano colpito così stranamente – Bene, sai quanto Felipe sia particolarmente perspicace – sebbene anche Pepe sia molto sensibile e non manchi di cogliere le sfumature delle cose – perciò è stato interessante assistere ai loro commenti e alle loro reazioni – Nell’ insieme le loro reazioni sono state molto simili alle mie – Felipe era così entusiasta che ha fatto la promessa impulsiva di scrivertene – Noi tre abbiamo passato un paio d’ore a discutere delle foto e di tutti i problemi che le foto che avevamo davanti avevano suscitato in noi. La discussione è stat per me molto interessante perché si parlava proprio dell’approccio dell’artista nei confronti della vita – Ora poiché le azioni di un artista sono il risultato dello stato della sua mente e della sua anima al momento della creazione, queste tue ultime foto sono allo stesso tempo molto sensuali ed è per questo che nella nota di stamattina ti dicevo che sono sia mistiche che erotiche – Non posso neanche tentare di raccontare tutto quello che è stato detto da Felipe e Pepe e poi credo davvero che Felipe ti scriverà sicuramente. Finora non ho fatto neanche un cenno alla qualità fotografica e alla trama squisita delle conchiglie così come tu le hai rese – questo naturalmente è stato commentato a dovere – particolarmente da me che guardavo tutto con occhio fotografico ben attento.

Mattino dopo – 26 giugno 1927

Ieri sera è venuto Renè – Non c’è alcun dubbio sulla sua finezza di critica e di reazione alle cose – Strano Edward che senza che io dicessi una parola delle mie reazioni alle fotografie anche lui abbia usato il termine erotico – il che mi ricorda tutto l’erotismo sentito in persone diverse come la mia fotografia della calla – le rose e Tepotzotlàn. Renè ha espresso come me il turbamento che gli causavano queste stampe. Per usare le sue parole ha detto che si sentiva “debole alle ginocchia”. Dovrò senz’altro trovare il modo di mostrarle a Diego – la settimana prossima dovrò andare alla Secretarìa per riprodurre il suo ultimo affresco e le porterò con me sperando di trovarlo. Lupe ha avuto un’altra bambina – Frances dice che quest’ultima figlia è grossa è molto sana. Tra l’altro Frances mi ha pregato di chiederti di mandarle alcune foto di juguetes per i prossimi numeri di “Mexican Folkways”
Devo vedere Ledesma per queste nuove stampe e capire se ne vuole qualcuna.
Questo è tutto per il momento caro. Spero che tu dia per scontato che se io uso le parole turbamento – erotico ecc. – sono pazza di queste tue ultime creazioni – sono state una gioia e un’ispirazione e te ne ringrazio. Strano che ieri pomeriggio – in un negozio sul F. y Madero abbia visto una vetrina piena di conchiglie alcune molto simili a quelle fotografate da te. Molto probabilmente non le avrei notate prima.

Teneramente Tina

BIOGRAFIA DELLA MODOTTI
Assunta, Adelaide, Luigia Modotti, detta Tina, nasce ad Udine nel 1896, in una famiglia di operai. La politica e l’impegno civile, entrano presto nella sua vita, attraverso i genitori che sostengono le idee del Socialismo. E sin da piccolissima conosce anche l’emigrazione, prima in Austria e poi, nel 1913, negli Stati Uniti.

A San Francisco lavora come sarta e come operaia in una fabbrica tessile, ma si dedica anche al teatro e visita spesso mostre di pittura. Proprio l’interesse per l’arte, le permette di conoscere il primo uomo importante di tutta la sua tormentata esistenza, Rounaix de l’Abrie Richey, poeta e pittore. Nel 1917 si trasferiscono insieme a Los Angeles e per alcuni anni vivono circondati da artisti, poeti e intellettuali.

Tina è una donna bellissima, sensuale e intelligente e l’industria cinematografica di Hollywood non resta indifferente al suo fascino. Incuriosita, accetta quindi di recitare per Roy Clement, nel 1920, in The Tiger’s Coat, ma i lustrini e le invidie di quel mondo la annoiano e, dopo altre due piccole partecipazioni in Riding With Death e I Can Explain, decide di lasciare il cinema.

Frequenta i luoghi della cultura californiana e conosce artisti e fotografi famosi come Edward Weston che diventerà suo maestro e compagno di vita.

Con Weston Tina si abbandona totalmente alla fotografia, nel duplice aspetto di modella e artista. Sono memorabili le immagini dei suoi bellissimi nudi, immortalati da Weston. Quella di Tina è una bellezza sublime e carnale al tempo stesso, colta nella sua veridicità, nella femminilità e sensualità di una donna dalle forme perfette.

Attraverso la passione di Weston, Tina Modotti trova il suo vero mezzo espressivo: la fotografia e, in seguito, nell’impegno civile e rivoluzionario, nella realtà proletaria, troverà il soggetto principale dei suoi scatti.

Nel 1923 Tina e Weston si trasferiscono in Messico e in questo nuovo mondo, pieno di stimoli artistici, sociali e politici, Tina si afferma definitivamente come fotografa. La coppia entra in contatto con i grandi muralisti (Rivera, Siqueiros, Orozco), e con il giornale El Machete, la testata che diverrà poi l’organo ufficiale del Partito Comunista Messicano. La relazione con Weston finisce intorno al 1926 e Tina si lega ad altri artisti, impegnati politicamente.

Tina vive tutto in maniera appassionata. Nella sua vita contano soltanto la fotografia, l’impegno civile e l’amore. Sono questi i pilastri della sua esistenza, legati tra di loro in maniera indissolubile. Anche l’amicizia con la pittrice Frida Kalho, moglie di Diego Rivera, è tormentato e passionale, perché Tina riesce ad essere se stessa soltanto dandosi appieno.

Nel 1930, la Modotti deve lasciare il Messico perché viene accusata di aver preso parte a un attentato contro il capo dello stato messicano, Pasqual Ortiz Rubio. Ormai, la situazione politica è molto cambiata e le riunioni dei Comunisti sono vietate. Tina parte allora per Rotterdam con Vittorio Vidali e, dopo un soggiorno a Berlino, raggiunge Mosca dove lavora come traduttrice e lettrice di stampa estera. A Mosca, espone le sue opere per l’ultima volta e, a partire dal 1930, dopo essere diventata membro del Partito, diventa militante nel Soccorso Rosso Internazionale. Per diversi anni, si occupa di prestare soccorso ai perseguitati politici e vive oltre che a Mosca, a Vienna, Madrid e Parigi.

Con lo scoppio della Guerra Civile Spagnola, nel 1936, Tina è a Madrid con il suo compagno Vidali. Lei lavora negli ospedali e lui comanda il Quinto Reggimento. Entrambi lavorano sotto falsa identità.

La dedizione di Tina ai problemi sociali e politici non si esaurisce nel lavoro negli ospedali; ci sono la collaborazione al giornale ufficiale del Soccorso Rosso, Ayuda, e l’impegno in altre attività culturali fino alla ritirata del 1939, anno in cui Tina, insieme a Vidali, va a Parigi per tornare poi in Messico.

Nella terra che le ha dato fama e amore, Tina Modotti, la fotografa rivoluzionaria, bellisima e piena di passione, muore nel 1942, dopo aver dedicato anche gli ultimi anni della sua vita all’impegno civile, aiutando i reduci.

BIOGRAFIA DI EDWARD WESTON

Edward Weston inizia a fotografare all’età di sedici anni. Nel 1911 apre il suo primo studio fotografico nella città di Tropico, in California, che sarà la base del suo lavoro per i successivi venti anni, acquistando sempre più credito e vincendo numerosi premi.

Nel 1922, durante un viaggio in Ohio, scatta una serie di fotografie che cambieranno la sua carriera: abbandona lo stile pittorialista che distingueva fino a quel momento il suo lavoro e inizia a sperimentare una fotografia più chiara e definita, concentrando la sua attenzione sulle forme astratte di oggetti industriali e di elementi organici. “La macchina fotografica – sostiene Weston – deve essere usata per registrare la vita e per rendere la vera sostanza, la quintessenza delle cose in sé, sia si tratti di acciaio lucido o di carne palpitante”. Lo stesso anno effettua un viaggio a New York dove entra in contatto con fotografi come Alfred Stieglitz e Paul Strand.

Nel 1923 si trasferisce a Città del Messico, dove apre un nuovo studio insieme alla sua assistente e amante Tina Modotti, inserendosi nell’ambiente artistico messicano cui facevano parte Diego Rivera, David Siqueiros e Josè Orozco. Il soggiorno messicano scandisce un periodo di transizione e autoanalisi, sul piano stilistico come concettuale spostando l’interesse del fotografo sui meccanismi intrinsechi dell’apparecchio fotografico: “Se non riesco ad ottenere un negativo tecnicamente perfetto, il valore emotivo o intellettuale della fotografia per me è quasi nullo”.

Tornato in California, nel 1929 si trasferisce a Carmel dove fonda nel 1932 insieme ad Ansel Adams, Imogen Cunningham e altri fotografi il celebre Gruppo f/64, collettivo con il quale porta avanti una poetica basata sulla nitidezza dell’immagine e sulla sperimentazione delle possibilità estetiche offerte dal mezzo fotografico.

Anno dopo anno, il lavoro di Weston acquista sempre più rilevanza nella scena artistica americana e nel 1936 è il primo fotografo a ricevere un assegno di ricerca dalla Guggenheim Foundation. Nel 1946 il MoMA di New York gli dedica una grande retrospettiva, esponendo oltre 300 opere e consacrandolo definitivamente tra i grandi artisti del Novecento.

Nel 1948 Weston scatta la sua ultima fotografia a Point Lobos: da qualche anno inizia infatti ad avvertire i sintomi del morbo di Parkinson. Durante i successivi anni di malattia dedica il suo tempo a revisionare e selezionare le sue fotografie, supervisionando personalmente le nuove stampe realizzate dai figli Brett e Cole.

10 pensieri su “Ritratti e lettere d’amore tra E.Weston e T.Modotti. Due grandi autori uniti dalla Fotografia e non solo…

  1. Ciao Sara,

    questo tuo post mi dà spunto per esprimere un pensiero che ricorre sempre più spesso ricorre nella mia testa.
    Leggendo di storia della fotografia, della letteratura e più in generale di storia dell’arte viene sempre raccontato che un tempo i fotografi, gli scrittori, gli artisti usavano incontrarsi tra loro, scambiare lettere e discutere tra loro sulla loro grande passione. Questi scambi hanno senza dubbio contribuito ad accrescere il loro talento, alla loro differenziazione, a prendere sicurezza in sé stessi e sviluppare uno stile personale e, soprattutto, a sviluppare nuove avanguardie.
    Mi riferisco ad esempio al periodo degli anni ’20, a me più caro perché ho una particolare predilezione per i surrealisti. A Parigi si frequentavano tutti, si incontravano nei bar e i tante altre occasioni non “formali”. Ognuno di loro si prestava come modello per il lavoro dell’altro, c’era un legame forte e un rispetto anche quando i gusti erano completamente diversi.

    Ma oggi dov’è tutto questo? Viviamo iperconnessi ma discutiamo solo di cazzate. Mai una discussione seria, uno scambio interessante, che non finisca in offese e parolacce prima ancora che se ne capisca bene l’argomento (purtroppo ci casco anche io spesso).
    Ma poi, diciamocelo chiaramente, incontrarsi di persona, parlare guardandosi in faccia è un’altra cosa. E non mi riferisco a quei tristi incontri in cui c’è qualche importante rappresentate dietro a tavolo e microfono e tutti gli sfigati dall’altro lato, pronti ad adorare il divo di turno nella speranza che dia una occhiata al loro portfolio. Mi riferisco invece ad una frequentazione “alla pari”, che spesso si trasforma in amicizia e stima vera, sviluppata a forza di incontri e scambi personali e “intimi” di idee. A me questa cosa manca tantissimo!

    Dopo la scuola di fotografia, che mi ha aperto letteralmente la mente (anche grazie a te!), ora mi sento bloccato, non so come spiegarlo, avrei bisogno di un tipo di scambio culturale del genere raccontato sopra. Di crescere grazie al costante stimolo di altre persone interessate alla fotografia, uno scambio in cui ciascuno di noi è interessato a quello che fa l’altro, a criticarlo aspramente magari, o ad incoraggiarlo. Insomma: un ambiente che funga un po’ da “incubatore” per nuove idee. Sarebbe utile anche per renderci tutti più consapevoli della nostra “posizione” nel mondo della fotografia, ad incoraggiare i troppo timidi e a “sgonfiare” i più boriosi. Insomma, farebbe bene a tutti!

    Invece viviamo soli e siamo costretti ad accontentarci di uno stimolo cieco e unidirezionale (mostre, libri, concorsi) o di qualche veloce e freddo scambio di opinioni (mostre personali, seminari, letture portfolio). Come faranno a nascere nuove correnti d’avanguardia se viviamo tutti come ghiaccioli incartati singolarmente e gonfi di una tale autostima da non voler nemmeno cercare forme di aggregazione culturale?

    Perdona lo sfogo,

    un caro saluto e buona luce!
    m/

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    • Ciao Marco, grazie mille per aver scritto, la tua lettera mi ha fatto tanto piacere davvero. Ci sono due motivi secondo me, per cui negli anni venti una cosa del genere potesse funzionare e oggi no.
      Negli anni venti chi si definiva artista o fotografo ( nel nostro caso) era spesso spinto da una passione tale, da non arrivare a mangiare per fare ciò che voleva. Oggi sono davvero poche le persone con tanta passione. Quindi succedeva che quei dieci pazzi disposti a tanto, si riunissero in gruppo per farsi forza e discutere su come proseguire nella dissennata “corsa all’arte”. Questo ha fatto si, che nascesse la figura dell’artista “maledetto’ che per essere artista, doveva essere almeno un po’ sfigato, pazzo o avere qualcosa di ‘sopra le righe ‘.
      Oggi mangiamo tutti e nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo casa, cellulare, diffondiamo quello che produciamo, abbiamo ambizioni che ci risucchiano. Non possiamo condividere, quello che comprendiamo ce lo teniamo stretto, perché la comprensione delle cose del mondo è alla portata di un click. Quindi la tendenza è quella di trattenere ciò che ci differenzia dagli altri, per distinguerci dalla massa. Perché oggi di massa si tratta…sono tutti fotografi, un fluido scorrere di immagini di ogni tipo. Come si fa a venire fuori? Bene, ho fatto un lungo ragionamento in proposito ed io sono molto d’accordo con te. Ti assicuro che presto capirai perché. Si può ricreare quella atmosfera di scambio e discussione, con presupposti diversi. Rimane la costante del farsi il culo quadro. Quello è invariato nei secoli dei secoli. Potrei parlare ancora molto, ma ho sempre tutto incastrato coi tempi. Quindi, spero che un progetto che ho, vada in porto e poi si vedrà…baci. Sara

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  2. @ Marco….concordo appieno in tutto e per tutto….fino all’ultima virgola nelle tue parole…credo che i limiti più grandi che dobbiamo imparare a superare (oltre ovviamente alla pigrizia della fisicita dell’incontro personale, necessità ormai desueta anche mentalmente)…siano l’eccessiva autostima che accieca le nostre capacità di riconoscere una possibilità che non sia la nostra…e la competizione! la parola “shooting” non credo sia mai stata più azzeccata di ora…sembra che sia una gara di caccia da trofei…e quale collaborazione, confronto e crescita può sussistere in una situazione del genere…spero davvero che si “resetti il gioco” e si torni tutti al punto di partenza!
    comunque ritornando all’articolo e proprio a riguardo della tua bellissima riflessione ti consiglio (se non lo avessi già letto) di leggere il libro “ritratti al vivo”proprio su Edward Weston…svela e descrive i meccanismi di tanti punti nodali importanti della tua stessa riflessione…
    un saluto,
    Dado

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