Come approcciarsi ad un progetto fotografico

fa-ridiri-e-fa-rudiri-7Fotografia di Sara Munari Palermo Ballarò

Quando ti ritrovi in mano la macchina fotografica, ti sembra un oggetto magico, pieno di tastini ( che non servono a un cavolo), pieno di elementi da scoprire.

Una volta innamorati del mezzo,  siete pronti per uscire nel mondo. Raramente da fotografi si passa molto tempo a ragionare su esposizione o composizione. Piuttosto, come ho detto, si tenta di usare il mezzo entro i suoi limiti.

Per fare questo dovete sapere bene cosa avete in mano e non pensare che premendo l’indice sul bottoncino abbiate fatto una fotografia, avete prodotto un’immagine.

Rimango del parere che il fotografo, sia tale quando l’atto che compie producendo i suoi lavori, sia consapevole, legato ad una certa responsabilità.

Il fotografo ha il dovere di mostrare cose non viste, mai interpretate in quel modo o idee, alle quali non eravamo stati in grado di giungere da soli.

Tutto il resto delle persone produce immagini, che potremmo tranquillamente trovare in Google.

La gente riproduce fotografie, non produce.

Siamo pieni di ricordi inconsapevoli di immagini viste e immagazzinate nella memoria, che riprodurle quando ce le ritroviamo di fronte è un atto semplice. Una copia. Anche se, probabilmente, c’è chi fa male anche questo.

Questo è uno dei motivi per cui, per “giudicare” un fotografo, bisognerebbe avere la possibilità di vedere almeno un progetto intero, se non tutta la sua produzione.

Certo, se il vostro intento è piacere alle masse, metterle nelle condizioni di identificare quello che state facendo, essere semplici e riconoscibili è il modo migliore per ottenere consensi.

Qualche volta il non piacere potrebbe essere positivo, potrebbe voler dire che siete “troppo avanti” per le masse, ma le persone geniali in fotografia, sono davvero poche.

Tra l’altro l’originalità, la singolarità e l’irriconoscibilità si pagano, da fotografi e non solo.

Ne è la prova il fatto che, alcuni autori, vengano riconosciuti come artisti, dopo la morte, come se l’epoca vissuta non fosse adeguata al proprio talento.

In qualche caso hai un’idea e la formalizzi, senza nemmeno percepire quale sarà la reazione che tale lavoro potrebbe provocare. L’importante è che tu ti sia prefissato un obbiettivo e abbia tentato di raggiungerlo.

In altri casi, non hai idee in testa, esci e scatti, scatti. Produci 1000 immagini in un giorno ma effettivamente, non porti a casa nulla. Capita di rado che succeda qualcosa di diverso da questo.

La consapevolezza, e torniamo a quello che dicevo prima, è fondamentale.

Motivo per cui, se non hai idee da realizzare, forse dovresti stare a casa direttamente.

Elementi tecnici ed espressivi

Esistono una serie di elementi che, se usati, da fotografo, hanno una grammatica per cui, la realizzazione della vostra idea, sarà di più semplice lettura.

Prima di tutto mi riferisco agli elementi tecnici:

  1. Scelta prima dello scatto se il lavoro sarà in bianco e nero o a colori
  2. Scelta della fotocamera
  3. Scelta dell’ottica
  4. Scelta del formato fotografico
  5. Scelta del diaframma e del tempo di scatto
  6. Scelta della distanza di ripresa
  7. Scelta dopo la fase di scatto di ritocco, formato di stampa, numero di foto
  8. Scelta del titolo del lavoro ( meno tecnico e fondamentale)

Accertati gli elementi basilari che determinano la “struttura tecnica” della nostra fotografia, dobbiamo concentrarci sull’ efficacia del nostro “racconto fotografico”, sui fattori espressivi.

Quindi le domande che mi farò per produrre il mio lavoro saranno:

  1. Che argomento voglio trattare?
  2. Voglio esprimere un parere o esibire un’interpretazione?
  3. Che stile voglio usare?
  4. Chi sono i miei soggetti?
  5. Come li inserisco nell’inquadratura?
  6. Quale è il contesto del lavoro?
  7. Quale è la mia storia?

Da qui in poi, non posso limitarmi a parlare di singoli scatti, ma entriamo nel vivo del tema del racconto, del discorso che il fotografo vuole fare attraverso le sue immagini.

In ogni caso, fotografando, dovrete porre attenzione alle scelte compositive, alla struttura formale di ogni vostra singola fotografia che dovrà essere funzionale al discorso che state intraprendendo.

….continua….

Ciao baci Sara

Testo tratto dal mio libro IL FOTOGRAFO EQUILIBRISTA, per acquisto

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10 pensieri su “Come approcciarsi ad un progetto fotografico

  1. lo scritto della Munari è interessante, dice molte cose vere e sicuramente condivisibili, ma mi sembra che ci sia un po’ di confusione sui termini. fotografia o immagine fotografica sono la stessa identica cosa, diciamo fotografia come abbreviazione di immagine fotografica ( una parola sola invece di due) e poi non si giudica un fotografo, (non siamo in tribunale) ma si giudica il lavoro fotografico di una persona, quello specifico lavoro fotografico di cui siamo a conoscenza, e poi premendo quel bottoncino della macchina fotografica si produce una immagine fotografica cioè si fa sempre e comunque una fotografia poi parlare dei contenuti e qualità estetica di quella fotografia (o immagine fotografica ) è un altra cosa.

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    • Buongiorno, ho distinto la parola fotografia dalla parola immagine, presupponendo che nella produzione di una immagine manchi consapevolezza. Spiegandolo nell’articolo. Ho messo la parola giudicare tra virgolette, appunto per evitare che si intendesse un giudizio al fotografo. Anche se quello fai, anche se ne giudichi il singolo lavoro. Buona giornata. Sara

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  2. oggi “La gente riproduce fotografie, non produce”…mi hai immobilizzato per un attimo, tanto quanto sento vera questa affermazione, quasi difficile da accettare!

    grazie come sempre perché dai modo di accendere il cervello (e l’occhio) verso il mondo
    Fausta

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  3. Mi sono iscritto al blog questa sera avendolo incontrato per puro caso navigando in internet.
    Ho letto spulciando qua e là le varie notizie i pensieri gli argomenti trattati i workshop: devo dire che che mi è subito piaciuto molto.
    In particolare mi ha interessato questo argomento riguardante il progetto fotografico.
    Quando mi capita di avere nella mia testa un’idea già delineata e da questa un progetto grosso modo definito allora è tutto OK: è molto chiaro quello che devo fare. Esco con la fotocamera e so già quello che voglio. Lascio solo lo spazio mentale libero per raccogliere anche immagini estemporanee che possono capitare, ma sempre finalizzate, comunque, all’idea e al progetto fotografico che ho in mente.
    Il problema nasce quando l’idea e il progetto non ci sono. Esco comunque con la fotocamera, l’istinto mi invita a raccogliere immagini a prescindere da un idea o da un progetto (non scatto 1000 immagini perché sono ancora un incallito analogico e ho a disposizione 12 scatti se uso la 6×6 o 36 se uso una 24×36), ma dopo poco arriva silenziosa e insidiosa la domanda interiore “perché?”…”perché questo scatto?”…qualche minuto di riflessione… non trovo risposta e quindi con una buona dose di sottile dispiacere ripongo la fotocamera e me ne torno a casa.
    Poi però conviene lasciar decantare per un po’ quel “perché?” che non ha ricevuto risposta immediata, e aspettare di capire cosa l’istinto ci ha suggerito di fare. Magari la risposta non arriva subito, magari arriva molto tempo dopo, ma il lavoro interiore e mentale che si è svolto non è senza valore è una elaborazione che ci abitua a lavorare su quelle immagini che sono ancora senza un “perché” e che potrebbero avere la potenzialità di diventare un lavoro fotografico con un senso compiuto…o almeno si spera che questo possa accadere…
    Grazie comunque per la sintesi di suggerimenti e idee fornite dalla competente Sara Munari su questo argomento.
    Marco
    P.s. pochi minuti fa ho acquistato (proprio perché l’argomento mi ha intrigato) su Amazon il libro “Il Fotografo equilibrista. Manuale di acrobazie per comunicare con le immagini” …farò sapere. Ciao.

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