La fotografia del “no” di Mario Cresci.

di Gianluca

Sono andato a visitare la prima grande mostra antologica dedicata al lavoro fotografico di Mario Cresci alla GAMeC, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, dal titolo “La fotografia del no”.

La mostra si sviluppa in 12 sezioni tematiche, che attraversano tutto il periodo di produzione dell’artista, dalle sperimentazioni sulle geometrie, al lavoro sulla popolazione lucana, dalla ricerca, all’inganno percettivo.

Cresci utilizza la fotografia come mezzo di comunicazione artistica e di studio, quindi non solo foto ma opere composite che si relazionano con i vari ambienti espositivi, risaltando il dialogo tra arte, grafica e fotografia.

Vi metto alcune foto della mostra insieme all’autore Mario Cresci.

 

La mostra sarà visitabile presso la GAMeC fino al prossimo 17 aprile 2017. Vi consiglio di fare una visita perché è davvero un’esperienza coinvolgente e trasversale.

Dove: GAMeC Via San Tomaso, 53 – 24121 Bergamo
Orari d’apertura: lunedì-domenica: ore 10:00-19:00 / giovedì: ore 10:00-22:00 / martedì chiuso
sito GAMeC: www.gamec.it

Su Mario Cresci interessante questo libro che vi abbiamo presentato sul blog, intitolato
‘Fotografia e materialità in Italia’
che analizza la fotografia in Italia degli anni sessanta e settanta, interpretata dagli autori Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi e Luigi Ghirri.

Gianluca

Libri di fotografia? No grazie!

Come avevo già avuto modo di scrivere in un articolo tempo fa, fatico molto a leggere libri teorici sulla fotografia. Sono un po’ come i bambini. Guardo le figure. 😛

Credo di aver dato tutto con Roland Barthes (qua un articolo su di lui recentemente pubblicato) e Susan Sontag (per chi se lo fosse perso, sto parlando di questo libro). Li acquisto, ne leggo una decina di pagine e poi finiscono nella libreria a prendere polvere.

Mi sembrano tutti eccessivamente “filosofici” e mi annoiano. Sarà che io leggo per lo più nel letto, la sera prima di addormentarmi… La palpebra mi cala molto velocemente.

Non se ne abbiano a male i teorici della fotografia (del resto chi sono io?), ma proprio non ce la faccio.

Sembrerà facile piaggeria, ma gli unici libri di “teoria della fotografia” che ho letto recentemente sono i due manuali pubblicati da Sara Munari 😛 Li trovo scritti in maniera molto semplice, chiaramente comprensibile a tutti e pieni di esempi pratici. Ecco. Se v’interessa approfondirne la conoscenza, li trovate qua

Ma non era di questo che volevo scrivere.

In realtà ho una vera e propria mania per i libri fotografici (ossia libri con fotografie, non libri che parlano di fotografia). Sono ormai rimasti l’unica tipologia di libri che acquisto in formato cartaceo. Per tutto il resto vado di e-book. Perchè la mania del libro vale anche per la letteratura e, quando mi è stato fatto notare che non avevo più spazio neanche per accatastare libri in pile sul pavimento del soggiorno, mi sono convertita al Kindle. Non profuma di carta stampata, ma devo ammettere che la comodità è impagabile.

Però con i libri fotografici non riesco proprio. Una fotografia per me esiste solo quando viene stampata, perchè la qualità della stampa ha un importanza rilevantissima. A video non è la stessa cosa.

Un libro fotografico quindi per me è  una cosa sacra. Lo vedo come un  traguardo, lo sbocco naturale per un progetto importante, su cui magari ho lavorato anni. Non potrei mai pubblicare un libro con un lavoro che ho scattato in a una o due settimane di vacanza. Lo trovo una mancanza di rispetto e una tteggiamento molto superficiale rispetto all’argomento trattato e ai fruitori. E poi, rendiamoci conto che un libro rimane. Un domani – dovesse mai capitarti di avere un qualche tipo di successo – tutti si ricorderanno di te che avevi pubblicato quel libro di m… con fotine scattate qua e là. No grazie. (parlo in prima persona, ma io naturalmente non ho mai pubblicato un libro).

Per quanto riguarda i contenuti, naturalmente ognuno ha i suoi generi preferiti. Io non mi ritengo certo un’esperta, ma ho i miei gusti. A me piacciono i libri che mi stupiscono, che mi fanno porre domande. Sia per quanto riguarda il contenuto e le immagini in senso stretto, che riguardo all’editing e alla scelta della sequenza.

E comunque, per ottenere il libro perfetto non basta avere scattato solo belle immagini.

Per quanto mi riguarda, il libro deve essere esso stesso un bell’oggetto: la qualità della carta, della stampa, l’impaginazione, la copertina stessa è importantissima per me.

Eccovi alcuni esempi di libri per me estremamente validi (rigorosamente in ordine sparso). Avrei potuto aggiungerne tantissimi altri, ma magari lo faccio un’altra volta. Non vorrei annoiarvi o tanto meno essere causa di spese folli.

P.S: Purtroppo il libro di Soth è fuori catalogo e vi costa un rene, ahime, ma non ce l’ho nemmeno io eh… 😦

In tempi recenti ho visto foto bellissime rovinate da un brutto libro, impaginazione sbagliata, copertine non accattivanti, grafica brutta o carta e stampe di bassa qualità. Un vero peccato. Mi rendo conto che la produzione di un libro è costosa, ma ahimè, io non rinuncerei alla qualità per una questione di costi. Piuttosto, se non trovo un editore o non riesco a raccogliere fondi tramite il crowdfunding,  rinuncio.

Nonostante la mia passione per la fotografia, e di conseguenza per i libri fotografici sia piuttosto recente, si è creata una sorta di dipendenza.

E questo è anche merito – o colpa 🙂 – dei miei librai preferiti, Flavio e Giulia di Micamera. Ogni volta che metto piede da loro, me ne esco con una delle loro caratteristiche borsine colorate stracolma di libri e con la mia carta di credito alleggerita. Ma è così. Non riesco a resistere. PHOTOGRAPHY BOOKS MAKE ME HAPPY!

Credo che se qualcuno proprio si volesse togliere lo sfizio di vedere le proprie foto pubblicate su carta, meglio allora puntare sulla fanzine. Ne ho viste di veramente ben fatte di recente. Io ci penserei, al posto vostro. I costi sono decisamente inferiori e non si rischia di uscire con un prodotto scadente.

Avevamo approfondito il discorso delle fanzine in un altro articolo che trovate qua. Ma questo è un altro discorso.

Spero di non avervi contagiato con la photobook-mania!
Ciao

Anna

 

I fotoamatori non esistono più.

fotografo

Mi ricordo che quando ho iniziato a fotografare, nella scuola che ho seguito a Padova (prima del corso non sapevo nemmeno cosa fosse una macchina fotografica), l’unica cosa che ho desiderato a lungo, è stata di diventare una fotografa professionista.
Ero felice, dico davvero, il periodo migliore, in termini di felicità.
Uscivo scattavo, mi divertivo e mi sentivo una buona fotografa, così, senza termini di paragone, senza competizione o ansia da prestazione.
Ero felicemente inconsapevole. Che figata!
Poi la Fotografia ha cominciato a funzionare.
Avevo piccoli successi che mi hanno resa orgogliosa, mi hanno fatto crescere e sono cresciuta (avevo già scritto un articolo su queste sensazioni), più cresco fotograficamente e più queste sensazioni mi risultano chiare.

La creatività non è mai venuta a mancare nel tempo, ma ho iniziato a concentrarmi su quello che producevo, a capire che domande farmi per far funzionare un progetto, a come muovermi, ho imparato a non chiedere favori e molto altro.

Oggi la fotografia che produco è più felice di me…
Non fraintendetemi, ci sono io lì dentro, ma lei ne uscirà meglio, infine, me lo sento.
Ho colleghi simpatici, accoglienti, intelligenti e molto di più e questo mi rende felice. Ho anche colleghi invidiosi, arrivisti, pessimo.

Va bene, tutto nella norma, anzi no, molto meglio, io faccio quello che vorrei fare, ma mi sono fregata da sola.

Più cresce la quantità di gente che mi segue (a proposito, grazie a tutti!) e più crescono invidie, cattiverie, strani comportamenti, tentativi di boicottaggio velati o espliciti, manco fossimo in gara per qualcosa.
Non mi sento in gara, io cammino pian pianino. Son qui, insomma, che cavolo d’altro posso fare se non fotografare e camminare?

Poi penso alla quantità di gente che produce immagini e un brivido mi scende sulla schiena.

Penso ai colleghi incazzati, delusi, frustrati.

Tanti.

Il problema è che la figura del fotoamatore non esiste più.

Il fotoamatore è chi è appassionato di fotografia, chi si dedica alla fotografia come dilettante. Il dilettante, invece, è colui che svolge una attività per diletto e non per professione o per lucro.

Definizioni del dizionario Garzanti

Il fotoamatore è un fotografo amatoriale o un fotografo professionista sconosciuto che produce fotografie che raffigurano la vita e le cose di tutti i giorni come soggetti. Esempi di foto amatoriali sono le foto di viaggio e le foto di vacanza, le foto di famiglia, le foto di amici.

La stragrande maggioranza delle fotografie amatoriali appartiene alla fotografia documentaria.

La fotografia amatoriale è uno degli hobby più popolari.

Dunque ditemi, esiste ancora questa figura che ama la fotografia senza competere, senza lucrare, interessata alla semplice riproduzione delle “cose del mondo” che lo circondano?

Nessuno vuole rimanere sconosciuto? Come nella definizione che ho scritto sopra?

Forse mi sbaglio io, non lo dico con rabbia o frustrazione, ma i luoghi fisici e non, che frequento, mi sembrano scannatoi.

Dal lato dei fotografi, che vivono in un modo o nell’altro di fotografia, tanti parlano male dei colleghi, sminuiscono, aggrediscono. In qualche caso si formano delle cricche in cui girano sempre gli stessi, non si capisce nemmeno più chi appoggia chi e perché.

Dal lato dei foto(amatori) una massa informe di gente che produce fotografie senza troppe consapevolezze (che magari manco sono interessati ad averne) ci avvolge e avanza alla ricerca di un po’ di sole, un po’ di soldi, attenzione.

Spesso sono davvero buoni fotografi e si distinguono, vincono premi e hanno riconoscimenti, quindi non sono più fotoamatori, non sono sconosciuti e non fotografano per diletto ma perché il loro lavoro venga riconosciuto come buono.

Quanti fotoamatori sono rimasti?

Dodici nel mondo.

E la Fotografia, lentamente si trasforma, magari in positivo, non so.

Io continuo a camminare…

Ciao

Sara

Storia di una fotografia: Paul Fusco – Funeral Train – 1968

Ciao,

oggi, più che la storia di una singola fotografia, vi vorrei parlare di un intero progetto,  che mi ha molto colpito, dal primo momento in cui l’ho visto. Non so come mai ma la saga dei Kennedy ha sempre esercitato una forte attrazione su di me…

Si tratta di “Funeral Train” di Paul Fusco, un ritratto del popolo americano in un momento particolare, la morte di Robert Kennedy.

Ho scelto questa foto a rappresentare l’intero lavoro, perchè la trovo veramente toccante, anche se non corrisponde all’immagine preferita dallo stesso Fusco.

Ho spulciato e  raccolto da diverse fonti e siti web alcune notizie su questa foto e sul progetto in generale ed anche degli stralci di un’intervista di Mario Calabresi allo stesso Paul Fusco che ci racconta la storia di Funeral Train e di come  ha prodotto questo lavoro (testo in corsivo).

La storia di questo lavoro è inclusa anche nel libro di Mario Calabresi “Ad occhi aperti”, edito da Contrasto, che tra parentesi vi consiglio caldamente di leggere.

Sul sito di Magnum, trovate tutte le foto che sono state inserite in un libro, “RFK Funeral Train” .

Anna

USA. Harmans, MD. 1968. Robert KENNEDY funeral train.

Siamo nel 1968. Robert Francis Kennedy, fratello del più famoso JFK e candidato alle elezioni presidenziali del 1968, viene assassinato all’indomani della sua vittoria  nelle elezioni primarie di California e Dakota del Sud.

Paul Fusco lavorava come fotografo per il periodico Look Magazine il giorno in cui il feretro di RFK partì dalla Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il funerale si svolse a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, dopo di che la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John.

“Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.

“Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

“Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini”. 

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”. 

Non so se sia stato fortunato o se abbia veramente avuto un’idea geniale, perchè trovo che questo lavoro sia veramente originale e anzi sia di molto maggior impatto rispetto ad un tradizionale reportage che un fotografo avrebbe potuto scattato sul treno e al funerale.

Tutto scorre attraverso il finestrino del treno, Paul Fusco scatta quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo. Un intero spaccato di vita delle periferie americane, che rende omaggio all’uomo che aveva dato loro una speranza, dopo l’assassinio del più famoso fratello JFK.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

Ma veniamo alla nostra immagine.

Verso il tramonto Fusco inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e probabilmente di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio. (E’questa la foto che ho scelto per rappresentare l’intero portfolio n.d.a.).

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere”. I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

“La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”.    

Eccola:

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Delle 2000 fotografie scattate, fino ad oggi ne conoscevamo soltanto cinquantatré, ma ora dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento.

Look magazine non pubblicò nessuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima con le foto della morte e dei funerali; allora a Look decisero di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio.

“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.      

Se volete approfondire la conoscenza di Paul Fusco, qua trovate la sua biografia e altri suoi lavori .

Nuovo autore Mu.Sa.: Danilo Garcia Di Meo

Ecco la nuova proposta di Mu.Sa. Un nuovo autore con un bel progetto, Danilo Garcia di Meo. Complimenti Danilo!

Per partecipare alle selezioni per diventare autore Mu.Sa. seguite le indicazioni a questo link.

Ciao a tutti!

 

“Letizia – Storia di vite non viste”

Letizia è nata 32 anni fa in provincia di Lecce. La mancanza di ossigeno durante il parto le induce la paralisi cerebrale. Ha una tetra paresi spastica. Quando ha 5 anni i genitori decidono di trasferirsi a Monterotondo, vicino Roma, per trovare cure più all’avanguardia. Frequenta le scuole superiori, si appassiona all’uso del computer. “Mi sono diplomata come tecnico per il turismo” racconta “a scuola avevo delle belle amicizie, i miei compagni mi stavano vicini e mi aiutavano”. E’ costretta alla carrozzina, non riesce a parlare e non ha tenuta del corpo, la parte del corpo che controlla meglio è il capo e con quello manovra dei sensori. “Non è stato sempre facile comunicare, soprattutto con coloro che non capivano la mia lingua, che è fatta di sguardi e cenni del capo. Molti rinunciavano a comprendermi”. Poi, arriva al Centro diurno Socio Educativo per persone con disabilità del territorio, in cui oggi lavora nella segreteria sociale “Con i miei colleghi abbiamo costituito un buon gruppo dove ognuno rispetta i tempi dell’altro”. Letizia vuole che la sua storia sia da stimolo e spunto di riflessione “per aiutare coloro che non riuscivano a parlare come me si è iniziato ad usare l’e-tran, un pannello che amplifica le possibilità di comunicazione utilizzando il movimento degli occhi”. Fino a quel momento si andava per tentativi, interpretando il suo sguardo. Adesso, però, Letizia può comunicare il suo pensiero. La qualità della sua vita è in continua evoluzione. Spesso la persona disabile viene identificata con la sua disabilità. Letizia è la dimostrazione di questa cecità sociale; è una giovane donna che vive la sua vita facendo tutto ciò che le è possibile e, a volte, anche di più.

http://www.danilogarciadimeo.com/

 

Riscriviamo la storia con nuove didascalie, progetto geniale.

Ciao, oggi vi racconto la storia di Marco Picchio!

Marco Picchio è un collezionista che ha acquisito oltre 200.000 negativi scartati dalle testate americane dagli anni’50 agli anni’90. Ho scoperto il suo archivio grazie ad una amica, Benedetta Donato.

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Al MIA ho guardato con attenzione le fotografie allo stand (una piccola selezione di 13 fotografie, sottoposte ad un attento processo di restyling, provenienti dai negativi della sua collezione) e mi sono sembrate eccezionali. Le fotografie in sé lo erano,  così come l’idea di inventare le didascalie differenti dalle originali.

Le fotografie saranno presto in vendita con lo scopo di promuovere il collezionismo cartaceo …e le vorrei tutte.

 L’idea geniale è in secondo luogo questa:
in  pratica il collezionista ne ha riscritto la storia, ideando delle nuove didascalie. E’ un gioco per far capire come un’immagine antica e inedita possa essere proposta nel presente e letta come originale e nuova perché ne viene ripensata e riscritta la narrazione.

Ogni fotografia è stata recuperata da negativo, stampata ai pigmenti, su Carta Museo Silver Rag, 100% Cotone. Le fotografie sono realizzate in 3 esemplari, più una prova d’artista.

Le didascalie, al quanto strane, sono inventate da Marco, che  da collezionista diventa autore di questa nuova narrazione riportando le immagini a nuova vita.

 

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Ecco il testo che accompagna le immagini, scritto da Benedetta Donato.

Giorni Molteplici

La fotografia di archivio è un contenitore di una moltitudine di memorie, di immagini legate a situazioni trascorse, ad un ricordo considerato passato che, in quanto tale, non è più modificabile.

Sono immagini sature, la cui visione richiama il collegamento immediato ad un contesto temporale precisamente remoto, sempre uguale a se stesso, di cui continuano a rappresentare una testimonianza immobile e immutabile, che rischia di cadere nell’oblio.

Giorni Molteplici è il progetto nato per ridar vita ad immagini riconducibili a diversi autori e appartenenti al passato più recente, finora conservate su pellicola e custodite nell’archivio creato da Marco Picchio, ideatore di questo particolare percorso.

Per la prima volta, vengono esposte fotografie in gran parte inedite, frutto di una selezione accurata, successivamente sottoposte ad un processo di restyling, per ritornare a nuova vita, in una presentazione singolare che non mira ad essere solo formale, ma che rappresenta un invito a riconsiderare con occhi nuovi l’iconografia relativa a determinate memorie.

L’artefice di questo lavoro è al tempo stesso il fondatore di un’importante collezione che oggi conta quasi duecentomila negativi, acquisiti da testate americane, con particolare riferimento ad avvenimenti di cronaca ed episodi di vita quotidiana statunitense del periodo compreso tra il 1950 e il 1985.

La sperimentazione messa in atto dall’autore, si traduce nella riutilizzazione di immagini, mai viste o dai più dimenticate, allo scopo di presentarle come fotografie dotate della caratteristica di originalità, cui sono stati conferiti nuovi significati.

Il riadattamento di senso viene attuato attraverso l’associazione ad ogni frammento di nuove didascalie, elaborate sottoforma di pensieri, osservazioni e citazioni, oramai sedimentate nel pensiero collettivo, che corredano le immagini e consentono una rilettura di quel momento, così trasformato e ricontestualizzato, per apparire come visione rinnovata, in quanto concettualizzata nel presente.

L’immagine viene in questo modo ricalibrata, subendo una metamorfosi che le consente di offrirsi esteticamente ed effettivamente riadattata nel contemporaneo, pur mantenendo la propria autenticità, per essere percepita e fruita come opera nuova, appartenente e corrispondente al momento presente in cui viene riproposta.

L’esperimento è così riuscito e la ricerca artistica messa in atto produce opera ristrutturata che assume sembianze inedite, matrice di una nuova narrazione capace di destare, nello spettatore, meraviglia e curiosità.

Dalle immagini intese come testimonianza remota a fonti di ispirazione per uno o diversi racconti di vita: il materiale di archivio per l’autore, così come per il collezionista, custodisce potenzialità indefinite, che riescono ad esplodere con nuove interpretazioni, dando origine a Giorni Molteplici, alle diverse esistenze e agli indefiniti significati che una fotografia può continuare ad assumere nel tempo, grazie alla moltitudine di riscritture del passato colmo di storie e identità, da rintracciare, svelare e restituire a nuove possibilità visive.                                               © Benedetta Donato, 2017

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Nota Biografica

Marco Picchio

Classe 1966, nasce nella provincia di Milano e si dedica ad attività imprenditoriali in diversi settori produttivi dal 1989.

Dal 2005 ha collezionato circa 200.000 negativi fotografici scartati da testate giornalistiche.

La passione per il collezionismo, lo ha condotto nel 2007 a fondare con altri due soci, ICharta (www.icharta.com) l’ecommerce del collezionismo cartaceo.

Vorrebbe far confluire parte dei negativi appartenenti al proprio archivio in ICharta per creare una sezione inerente il collezionismo fotografico. Il MIA è la prima occasione per confrontarsi con il mercato della fotografia.

Il lavoro esposto al MIA.

Spero questa storia vi sia piaciuta e che facciate un giro sul suo sito!

Ciao

Sara

Gus Powell, mamma mia, che fotografie!

Oggi ho scovato per voi questo fotografo di strada americano.

Che ne pensate? Io lo trovo davvero bravo.

Anna

 

Gus Powell è nato nel 1974 a New York City e ha frequentato l’Oberlin College dove si è laureato in religione comparativa. Nel 2003 è stato selezionato tra i 30 under 30 di PDN (Photo District News ogni anno segnala 30 fotografi under 30 da tenere d’occhio – n.d.t.) ed ha anche pubblicato la sua prima monografia, The Company of Strangers (J&L Books). Le sue opere sono state esposte a livello internazionale, tra cui una mostra personale al The Museum of The City of New York e mostre collettive al The Art Institute of Chicago, al  Museum of Fine Arts Houston e al FOAM, Amsterdam.

Le sue fotografie sono state pubblicate su Aperture, Harpers, Vogue, M le mag – Le Monde, Wired, Fortune e W ed ha collaborato regolarmente per circa 10 anni con la rivista The New Yorker. E’ un membro del collettivo di Street Photography In-Public e docente nel dipartimento the MFA Photography, Video and Related Media presso la School of Visual Arts, NY.

La sua opera è inslusa nei libri Bystander: A World History of Street Photography e Street Photography Now. La seconda monografia di Powell, The Lonely ones (J&L Books 2015) è ispirata al lavoro di William Steig (illustratore, scultore e scrittore statunitense, specializzato nella letteratura per ragazzi – n.d.t.) ed è un ritorno alle sua pratica originaria di utilizzare inmagini abbinate a  testi.

Fonte: libera traduzione dal sito dell’autore

Qui un interessante video che mostra Gus Powell all’opera

Qua il suo sito personale

 

Gus Powell was born in New York City in 1974 and attended Oberlin College where he majored in comparative religion. In 2003 he was selected to be in PDNs 30 under 30 issue and also published his first monograph, The Company of Strangers (J&L Books). His work has been exhibited internationally, including a solo show at The Museum of The City of New York and group exhibitions at The Art Institute of Chicago, Museum of Fine Arts Houston and FOAM, NL.

His photographs have been published in Aperture, Harpers, Vogue, M le mag – Le Monde, Wired, Fortune and W, and he has been a regular contributor to The New Yorker magazine for a decade. He is a member of the street photographers’ collective In-Public and is faculty in the MFA Photography, Video and Related Media Department at the School of Visual Arts, NY.

His work is included in the books Bystander: A World History of Street Photography and Street Photography Now. Powell’s second monograph, The Lonely Ones (J&L Books 2015), was inspired by the work of William Steig and is a return to his earlier practice of using image and text together.

Source: author’s website