Libri di fotografia? No grazie!

Come avevo già avuto modo di scrivere in un articolo tempo fa, fatico molto a leggere libri teorici sulla fotografia. Sono un po’ come i bambini. Guardo le figure. 😛

Credo di aver dato tutto con Roland Barthes (qua un articolo su di lui recentemente pubblicato) e Susan Sontag (per chi se lo fosse perso, sto parlando di questo libro). Li acquisto, ne leggo una decina di pagine e poi finiscono nella libreria a prendere polvere.

Mi sembrano tutti eccessivamente “filosofici” e mi annoiano. Sarà che io leggo per lo più nel letto, la sera prima di addormentarmi… La palpebra mi cala molto velocemente.

Non se ne abbiano a male i teorici della fotografia (del resto chi sono io?), ma proprio non ce la faccio.

Sembrerà facile piaggeria, ma gli unici libri di “teoria della fotografia” che ho letto recentemente sono i due manuali pubblicati da Sara Munari 😛 Li trovo scritti in maniera molto semplice, chiaramente comprensibile a tutti e pieni di esempi pratici. Ecco. Se v’interessa approfondirne la conoscenza, li trovate qua

Ma non era di questo che volevo scrivere.

In realtà ho una vera e propria mania per i libri fotografici (ossia libri con fotografie, non libri che parlano di fotografia). Sono ormai rimasti l’unica tipologia di libri che acquisto in formato cartaceo. Per tutto il resto vado di e-book. Perchè la mania del libro vale anche per la letteratura e, quando mi è stato fatto notare che non avevo più spazio neanche per accatastare libri in pile sul pavimento del soggiorno, mi sono convertita al Kindle. Non profuma di carta stampata, ma devo ammettere che la comodità è impagabile.

Però con i libri fotografici non riesco proprio. Una fotografia per me esiste solo quando viene stampata, perchè la qualità della stampa ha un importanza rilevantissima. A video non è la stessa cosa.

Un libro fotografico quindi per me è  una cosa sacra. Lo vedo come un  traguardo, lo sbocco naturale per un progetto importante, su cui magari ho lavorato anni. Non potrei mai pubblicare un libro con un lavoro che ho scattato in a una o due settimane di vacanza. Lo trovo una mancanza di rispetto e una tteggiamento molto superficiale rispetto all’argomento trattato e ai fruitori. E poi, rendiamoci conto che un libro rimane. Un domani – dovesse mai capitarti di avere un qualche tipo di successo – tutti si ricorderanno di te che avevi pubblicato quel libro di m… con fotine scattate qua e là. No grazie. (parlo in prima persona, ma io naturalmente non ho mai pubblicato un libro).

Per quanto riguarda i contenuti, naturalmente ognuno ha i suoi generi preferiti. Io non mi ritengo certo un’esperta, ma ho i miei gusti. A me piacciono i libri che mi stupiscono, che mi fanno porre domande. Sia per quanto riguarda il contenuto e le immagini in senso stretto, che riguardo all’editing e alla scelta della sequenza.

E comunque, per ottenere il libro perfetto non basta avere scattato solo belle immagini.

Per quanto mi riguarda, il libro deve essere esso stesso un bell’oggetto: la qualità della carta, della stampa, l’impaginazione, la copertina stessa è importantissima per me.

Eccovi alcuni esempi di libri per me estremamente validi (rigorosamente in ordine sparso). Avrei potuto aggiungerne tantissimi altri, ma magari lo faccio un’altra volta. Non vorrei annoiarvi o tanto meno essere causa di spese folli.

P.S: Purtroppo il libro di Soth è fuori catalogo e vi costa un rene, ahime, ma non ce l’ho nemmeno io eh… 😦

In tempi recenti ho visto foto bellissime rovinate da un brutto libro, impaginazione sbagliata, copertine non accattivanti, grafica brutta o carta e stampe di bassa qualità. Un vero peccato. Mi rendo conto che la produzione di un libro è costosa, ma ahimè, io non rinuncerei alla qualità per una questione di costi. Piuttosto, se non trovo un editore o non riesco a raccogliere fondi tramite il crowdfunding,  rinuncio.

Nonostante la mia passione per la fotografia, e di conseguenza per i libri fotografici sia piuttosto recente, si è creata una sorta di dipendenza.

E questo è anche merito – o colpa 🙂 – dei miei librai preferiti, Flavio e Giulia di Micamera. Ogni volta che metto piede da loro, me ne esco con una delle loro caratteristiche borsine colorate stracolma di libri e con la mia carta di credito alleggerita. Ma è così. Non riesco a resistere. PHOTOGRAPHY BOOKS MAKE ME HAPPY!

Credo che se qualcuno proprio si volesse togliere lo sfizio di vedere le proprie foto pubblicate su carta, meglio allora puntare sulla fanzine. Ne ho viste di veramente ben fatte di recente. Io ci penserei, al posto vostro. I costi sono decisamente inferiori e non si rischia di uscire con un prodotto scadente.

Avevamo approfondito il discorso delle fanzine in un altro articolo che trovate qua. Ma questo è un altro discorso.

Spero di non avervi contagiato con la photobook-mania!
Ciao

Anna

 

I fotoamatori non esistono più.

fotografo

Mi ricordo che quando ho iniziato a fotografare, nella scuola che ho seguito a Padova (prima del corso non sapevo nemmeno cosa fosse una macchina fotografica), l’unica cosa che ho desiderato a lungo, è stata di diventare una fotografa professionista.
Ero felice, dico davvero, il periodo migliore, in termini di felicità.
Uscivo scattavo, mi divertivo e mi sentivo una buona fotografa, così, senza termini di paragone, senza competizione o ansia da prestazione.
Ero felicemente inconsapevole. Che figata!
Poi la Fotografia ha cominciato a funzionare.
Avevo piccoli successi che mi hanno resa orgogliosa, mi hanno fatto crescere e sono cresciuta (avevo già scritto un articolo su queste sensazioni), più cresco fotograficamente e più queste sensazioni mi risultano chiare.

La creatività non è mai venuta a mancare nel tempo, ma ho iniziato a concentrarmi su quello che producevo, a capire che domande farmi per far funzionare un progetto, a come muovermi, ho imparato a non chiedere favori e molto altro.

Oggi la fotografia che produco è più felice di me…
Non fraintendetemi, ci sono io lì dentro, ma lei ne uscirà meglio, infine, me lo sento.
Ho colleghi simpatici, accoglienti, intelligenti e molto di più e questo mi rende felice. Ho anche colleghi invidiosi, arrivisti, pessimo.

Va bene, tutto nella norma, anzi no, molto meglio, io faccio quello che vorrei fare, ma mi sono fregata da sola.

Più cresce la quantità di gente che mi segue (a proposito, grazie a tutti!) e più crescono invidie, cattiverie, strani comportamenti, tentativi di boicottaggio velati o espliciti, manco fossimo in gara per qualcosa.
Non mi sento in gara, io cammino pian pianino. Son qui, insomma, che cavolo d’altro posso fare se non fotografare e camminare?

Poi penso alla quantità di gente che produce immagini e un brivido mi scende sulla schiena.

Penso ai colleghi incazzati, delusi, frustrati.

Tanti.

Il problema è che la figura del fotoamatore non esiste più.

Il fotoamatore è chi è appassionato di fotografia, chi si dedica alla fotografia come dilettante. Il dilettante, invece, è colui che svolge una attività per diletto e non per professione o per lucro.

Definizioni del dizionario Garzanti

Il fotoamatore è un fotografo amatoriale o un fotografo professionista sconosciuto che produce fotografie che raffigurano la vita e le cose di tutti i giorni come soggetti. Esempi di foto amatoriali sono le foto di viaggio e le foto di vacanza, le foto di famiglia, le foto di amici.

La stragrande maggioranza delle fotografie amatoriali appartiene alla fotografia documentaria.

La fotografia amatoriale è uno degli hobby più popolari.

Dunque ditemi, esiste ancora questa figura che ama la fotografia senza competere, senza lucrare, interessata alla semplice riproduzione delle “cose del mondo” che lo circondano?

Nessuno vuole rimanere sconosciuto? Come nella definizione che ho scritto sopra?

Forse mi sbaglio io, non lo dico con rabbia o frustrazione, ma i luoghi fisici e non, che frequento, mi sembrano scannatoi.

Dal lato dei fotografi, che vivono in un modo o nell’altro di fotografia, tanti parlano male dei colleghi, sminuiscono, aggrediscono. In qualche caso si formano delle cricche in cui girano sempre gli stessi, non si capisce nemmeno più chi appoggia chi e perché.

Dal lato dei foto(amatori) una massa informe di gente che produce fotografie senza troppe consapevolezze (che magari manco sono interessati ad averne) ci avvolge e avanza alla ricerca di un po’ di sole, un po’ di soldi, attenzione.

Spesso sono davvero buoni fotografi e si distinguono, vincono premi e hanno riconoscimenti, quindi non sono più fotoamatori, non sono sconosciuti e non fotografano per diletto ma perché il loro lavoro venga riconosciuto come buono.

Quanti fotoamatori sono rimasti?

Dodici nel mondo.

E la Fotografia, lentamente si trasforma, magari in positivo, non so.

Io continuo a camminare…

Ciao

Sara

Riscriviamo la storia con nuove didascalie, progetto geniale.

Ciao, oggi vi racconto la storia di Marco Picchio!

Marco Picchio è un collezionista che ha acquisito oltre 200.000 negativi scartati dalle testate americane dagli anni’50 agli anni’90. Ho scoperto il suo archivio grazie ad una amica, Benedetta Donato.

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Al MIA ho guardato con attenzione le fotografie allo stand (una piccola selezione di 13 fotografie, sottoposte ad un attento processo di restyling, provenienti dai negativi della sua collezione) e mi sono sembrate eccezionali. Le fotografie in sé lo erano,  così come l’idea di inventare le didascalie differenti dalle originali.

Le fotografie saranno presto in vendita con lo scopo di promuovere il collezionismo cartaceo …e le vorrei tutte.

 L’idea geniale è in secondo luogo questa:
in  pratica il collezionista ne ha riscritto la storia, ideando delle nuove didascalie. E’ un gioco per far capire come un’immagine antica e inedita possa essere proposta nel presente e letta come originale e nuova perché ne viene ripensata e riscritta la narrazione.

Ogni fotografia è stata recuperata da negativo, stampata ai pigmenti, su Carta Museo Silver Rag, 100% Cotone. Le fotografie sono realizzate in 3 esemplari, più una prova d’artista.

Le didascalie, al quanto strane, sono inventate da Marco, che  da collezionista diventa autore di questa nuova narrazione riportando le immagini a nuova vita.

 

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Ecco il testo che accompagna le immagini, scritto da Benedetta Donato.

Giorni Molteplici

La fotografia di archivio è un contenitore di una moltitudine di memorie, di immagini legate a situazioni trascorse, ad un ricordo considerato passato che, in quanto tale, non è più modificabile.

Sono immagini sature, la cui visione richiama il collegamento immediato ad un contesto temporale precisamente remoto, sempre uguale a se stesso, di cui continuano a rappresentare una testimonianza immobile e immutabile, che rischia di cadere nell’oblio.

Giorni Molteplici è il progetto nato per ridar vita ad immagini riconducibili a diversi autori e appartenenti al passato più recente, finora conservate su pellicola e custodite nell’archivio creato da Marco Picchio, ideatore di questo particolare percorso.

Per la prima volta, vengono esposte fotografie in gran parte inedite, frutto di una selezione accurata, successivamente sottoposte ad un processo di restyling, per ritornare a nuova vita, in una presentazione singolare che non mira ad essere solo formale, ma che rappresenta un invito a riconsiderare con occhi nuovi l’iconografia relativa a determinate memorie.

L’artefice di questo lavoro è al tempo stesso il fondatore di un’importante collezione che oggi conta quasi duecentomila negativi, acquisiti da testate americane, con particolare riferimento ad avvenimenti di cronaca ed episodi di vita quotidiana statunitense del periodo compreso tra il 1950 e il 1985.

La sperimentazione messa in atto dall’autore, si traduce nella riutilizzazione di immagini, mai viste o dai più dimenticate, allo scopo di presentarle come fotografie dotate della caratteristica di originalità, cui sono stati conferiti nuovi significati.

Il riadattamento di senso viene attuato attraverso l’associazione ad ogni frammento di nuove didascalie, elaborate sottoforma di pensieri, osservazioni e citazioni, oramai sedimentate nel pensiero collettivo, che corredano le immagini e consentono una rilettura di quel momento, così trasformato e ricontestualizzato, per apparire come visione rinnovata, in quanto concettualizzata nel presente.

L’immagine viene in questo modo ricalibrata, subendo una metamorfosi che le consente di offrirsi esteticamente ed effettivamente riadattata nel contemporaneo, pur mantenendo la propria autenticità, per essere percepita e fruita come opera nuova, appartenente e corrispondente al momento presente in cui viene riproposta.

L’esperimento è così riuscito e la ricerca artistica messa in atto produce opera ristrutturata che assume sembianze inedite, matrice di una nuova narrazione capace di destare, nello spettatore, meraviglia e curiosità.

Dalle immagini intese come testimonianza remota a fonti di ispirazione per uno o diversi racconti di vita: il materiale di archivio per l’autore, così come per il collezionista, custodisce potenzialità indefinite, che riescono ad esplodere con nuove interpretazioni, dando origine a Giorni Molteplici, alle diverse esistenze e agli indefiniti significati che una fotografia può continuare ad assumere nel tempo, grazie alla moltitudine di riscritture del passato colmo di storie e identità, da rintracciare, svelare e restituire a nuove possibilità visive.                                               © Benedetta Donato, 2017

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Nota Biografica

Marco Picchio

Classe 1966, nasce nella provincia di Milano e si dedica ad attività imprenditoriali in diversi settori produttivi dal 1989.

Dal 2005 ha collezionato circa 200.000 negativi fotografici scartati da testate giornalistiche.

La passione per il collezionismo, lo ha condotto nel 2007 a fondare con altri due soci, ICharta (www.icharta.com) l’ecommerce del collezionismo cartaceo.

Vorrebbe far confluire parte dei negativi appartenenti al proprio archivio in ICharta per creare una sezione inerente il collezionismo fotografico. Il MIA è la prima occasione per confrontarsi con il mercato della fotografia.

Il lavoro esposto al MIA.

Spero questa storia vi sia piaciuta e che facciate un giro sul suo sito!

Ciao

Sara

Vi fate domande, le domande giuste quando iniziate un progetto fotografico?

fotor_14Sara Munari delta del Volga

Io sono e resto per i lavori progettuali, lì vedo il fotografo.

Rimango dell’idea che qualche singolo scatto potrebbe “saltare fuori” a chiunque. E’ sulle lunghe distanze che si vede chi, con perseveranza, coerenza formale e stilistica, è riuscito a produrre un lavoro omogeneo e interessante.

Ricordate comunque che per produrre un racconto, è sulle singole immagini che dobbiamo concentrarci ( un articolo su questo argomento qui).

Fotografando, dovrete porre attenzione alle scelte compositive e al messaggio di ogni vostra singola fotografia , che dovrà essere funzionale al discorso che state intraprendendo.

Non voglio comunque limitarmi a parlare di singoli scatti, entriamo nel vivo del tema del racconto, del discorso che il fotografo vuole fare attraverso le sue immagini.

Ecco le domande che ci si pone prima di cominciare un progetto fotografico:

  1. Che argomento voglio trattare?
  2. Quale è la mia storia che tratterò all’interno dell’argomento?
  3. Che funzione ha il mio racconto, a cosa serve?
  4. Voglio esprimere un parere o esibire un’interpretazione?
  5. Che stile voglio usare?
  6. Chi sono i miei soggetti?
  7. Come li inserisco nella storia?
  8. Chi guarderà le immagini, si sentirà coinvolto?
  9. Quale è il contesto del lavoro?
  10. Quale è il mio target?
  11. Il lavoro è vendibile? Se si, a chi?
  12. Per ultima, ma non meno importante, ho un budget sufficiente? Se no, dove cavolo trovo i soldi?

So che consegnare domande, invece di dare risposte, può non sembrare carino. Ma se iniziate con il farvi le domande giuste, stringerete il campo d’azione e vi muoverete meglio in fotografia.

Ciao Sara

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Quando l’idea supera tutto in fotografia?Sherrie Levine.

Sherrie Levine, è un’artista americana che si fece notare negli anni ‘70 grazie ad alcune immagini semplicissime da scattare. E quando dico semplicissime, credetemi.

Sentite qui.

Il suo lavoro rientra in quello che si definisce Appropriation Art. Si tratta di una corrente artistica che si basa sul riproporre opere già esistenti con metodi di contaminazione.

La ricerca di questa artista si basa sul rifotografare opere di altri autori, in particolare quelle di fotografi come Edward Weston, Alexander Rodchenko e Walker Evans.

L’opera più nota della Levine riprende, pari pari, alcune fotografie di Evans, in particolare quelle che aveva realizzato per la Farm Security Administration, firmandole con il proprio nome.

Una sorta di artista pop, dal momento che si appropria di un oggetto già esistente, una fotografia scattata da altri,  trasformandola in oggetto artistico grazie al suo successivo intervento.

Lo scatto, la firma e via…

Boh!

La Levine mi ha messo un po’ in crisi all’inizio, vi dirò!

Ho ben chiara l’intenzione provocatoria attuata, rivedendo completamente il concetto di autenticità ed unicità.

MA

Dove è la creatività?

Dove la sua autorialità?

Certo lo so, l’idea, l’idea…e su questa affermazione decadranno tutti i miei pensieri di maledizione nei suoi confronti!

Ecco, da lei ho imparato, quando la vidi per la prima volta, che spesso l’idea vale più della fotografia in sé.

Se avete una buona idea, perseguitela, portatela a termine e mostratela. Di fotografia ce ne è molta in giro (troppa) di idee, poche.

Sherrie Levine espone le sue immagini e quelle di Evans sui due siti AfterWalkerEvans.com e AfterSherrieLevine.com, allo scopo di favorirne la diffusione online.

Nelle immagini che vedete sopra i due allestimenti riguardano la stessa operazione effettuata sulle immagini di August Sander piuttosto che di Walker Evans.
Bio da Wikipedia
Sherrie Levine è nata il 17 aprile 1947 ad Hazleton, Pennsylvania. Nel 1969 si laurea in Discipline Umanistiche presso l’università del Wisconsin (Madison), e nel 1973, sempre frequentando la stessa università, consegue un master in Belle Arti. Le informazioni biografiche sono molto limitate poiché Sherrie Levine è un’artista che non ama parlare di sé; attualmente vive e lavora a New York.
Sherrie Levine (Hazleton, 17 aprile 1947) è una fotografa e un’artista concettuale femminista statunitense. È una delle figure centrali dell’Appropriation Art (arte di appropriazione), una corrente artistica che consiste nel prendere in prestito elementi o opere d’arte già note per crearne di nuove.
Ciao

Sara

 

Mi hanno rubato una foto, al ladro!

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Mi hanno rubato una fotografia!

Qualche anno fa l’assessore alla Cultura del mio piccolo paese, Civate, mi chiede di fotografare i commercianti rimasti nel nostro Comune. Pochissimi! Il mio avrebbe dovuto un semplice reportage con dei ritratti posati dei pochi imprenditori rimanenti.

Finito il lavoro di ‘catalogazione’ l’assessore, Angelo, mi chiede di organizzare una mostra in una bella villa vicino alla piazza centrale, con il risultato del mio piccolo ma sentito, lavoro. Accetto subito volentieri.

Il giorno dell’allestimento della mostra mi presento, attacco le foto, sistemo la stanza per l’inaugurazione e esco, vado al bar che dista circa 20 metri dalla struttura, per prendere un caffè. Eravamo in tre io l’assessore e un ragazzo che mi ha aiutato a montare la mostra. Tornando indietro, con stupore, scopro che una delle fotografie manca dal muro.

Mi hanno rubato una foto!

Beh, lì per lì la cosa mi è sembrata stupida e mi sono un po’ arrabbiata. Non so come sostituire la stampa.

Insomma, ma poi, che cazzo te ne fai di una foto del salumiere??

Dopo 5 minuti di riflessione cambio idea, penso: Che figata!.

Una persona, alla quale probabilmente quella immagine è piaciuta molto, almeno questo è quello che spero, ha rubato la fotografia …

Non sto istigando al furto di foto alle mostre (per gli stolti che commenteranno sui social senza aver letto l’articolo) , mi è solo sembrato romantico che si fossero portati via una foto di corsa, una mia foto. Mi sento fiera del fatto che qualcuno abbia quella foto appesa sopra il divano o davanti la tazza del gabinetto (che è poi il posto dove passeresti più tempo a guardarla, una foto).

Da allora, a meno che non si tratti di un fotografo professionista che campa della vendita di foto, sorrido sempre a chi mi dice che gli hanno rubato le foto in Internet (dal vero credo capiti raramente).

Campate tutti della vendita di fotografie? Non credo.

Anche se trovo pessimo l’atteggiamento di alcune testate on line che non si sognano nemmeno di citare il fotografo, oltre a non pagarlo e questo meriterebbe davvero una sanzione, un approfondimento per cambiare le cose.

Non so…ma credo di consigliarvi di avere un approccio un po’ meno rigido in questo senso.

Sono due i casi in cui avreste tutto il mio appoggio:

1) Siete fotografi professionisti e vendete foto per mangiare

2) Le foto riguardano  il progetto della vostra vita e il furto può arrecare danno alla vostra carriera come fotografo, in futuro (cosa davvero rara comunque).

In tutti gli altri casi rifletterei bene sul metterle… le foto in Internet che ha come una delle caratteristiche principali, la condivisione. Non aspettatevi che se le postate e queste hanno una valenza anche minimamente o esclusivamente estetica, non vengano distribuite e finiscano su un piccolo giornale del Burundi.

In qualche caso mi sembrate più preoccupati voi, di grandi nomi della fotografia.

Mettete sulle foto:

-Firme (che fanno ridere e che, in caso, verranno bellamente tagliate)

-Filigrane varie che non permettono di godere della foto

-© che risultano quasi ridicoli sulle foto della maggior parte di voi

Serve davvero?

Io non mi metto a sindacare sulle vostre scelte e poco mi interessano in questo senso.

Credo comunque che se vi rubano una foto, mediamente può essere una foto che piace. Magari non è nemmeno né bella, né buona. È semplicemente piaciuta a qualcuno.

Ho visto gente incazzarsi per il furto di foto davvero misere è ho visto professionisti affermati sorridere.

Forse dovremmo imparare a dare il giusto peso al nostro lavoro.

Rilassatevi.

Internet è anche questo.

Ciao Sara

 

Punctum e Studium di Barthes in poche parole.

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La foto del giardino d’inverno. Barthes. Commuoversi di fronte a una NON fotografia.

C’è una fotografia descritta nella seconda parte del libro ‘La camera chiara’ di Roland Barthes. In questa foto è ritratta la madre dell’autore, mancata, allora, da poco. Leggiamo:

Così, solo nell’appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre, risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii. Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli mangiucchiati, d’un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che facevano gruppo, all’estremità d’un ponticello di legno in un Giardino d’Inverno col tetto a vetri. Mia madre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. […] Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all’adulta, tutto ciò formava l’immagine d’una innocenza assoluta (se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è ‘Io non so nuocere’), tutto ciò aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile che lei aveva affermato per tutta la vita: l’affermazione d’una dolcezza.’La camera chiara’ di Roland Barthes

Nella foto del Giardino d’Inverno l’autore “cerca e trova” sua mamma, dopo aver provato a farlo in molte immagini, ma solo questa fotografia lo fa soffermare e riflettere, solo in questa fotografia Barthes riesce a riconoscere la  madre.

Anche se aveva osservato molte fotografie della madre, pur mostrando queste  l’immagine reale della donna, non  portavano  all’autore nessuna verità su di lei. La verità si cerca oltre l’aspetto strettamente visibile.

Ogni volta che guardiamo una fotografia ci troviamo di fronte:

  • lo studium cioè la realtà sociale, quello che è rappresentato nell’immagine, vestiti, strade, nel caso di Barthes, alcune immagini di sua mamma. Lo studium è il contenuto della foto, gli elementi che la compongono.

    il punctum, ciò che mi coinvolge in una fotografia, la ferita che suscita in me. È il momento in cui l’immagine mi guarda e agisce sulla mia memoria, agisce su di me.

 

Nel caso di Barthes, quella fotografia nello specifico lo colpisce. La mamma “bambina” di quella particolare immagine.

Nella fotografia del Giardino d’Inverno: quell’aria di “innocenza assoluta” è ciò che permette che avvenga il riconoscimento da parte di Barthes. Non c’entra la somiglianza e nemmeno la realtà contenuta nell’immagine.

Quindi in ogni fotografia abbiamo la realtà  (ciò che vediamo) e la verità, l’essenza, quindi ciò che ognuno sente davanti a quella immagine.

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Ma il sentire della foto del giardino d’inverno, è per noi tutti solo la foto di una bambina qualsiasi. Non ci direbbe probabilmente nulla, non ne saremmo coinvolti quanto lui. Il punctum per Barthes non è il medesimo per me o voi.

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Le foto dicono/parlano a chi riconosce in qualche modo soggetti, a chi sente un particolare della foto, molto vicino a sé.

Nel libro la foto è solo descritta, non la vedremo mai. Forse perché, anche se mi ha fatto commuovere la descrizione di Barthes, a noi non direbbe assolutamente nulla. E lui lo sapeva bene.

Sara