Storia di una fotografia: Paul Fusco – Funeral Train – 1968

Ciao,

oggi, più che la storia di una singola fotografia, vi vorrei parlare di un intero progetto,  che mi ha molto colpito, dal primo momento in cui l’ho visto. Non so come mai ma la saga dei Kennedy ha sempre esercitato una forte attrazione su di me…

Si tratta di “Funeral Train” di Paul Fusco, un ritratto del popolo americano in un momento particolare, la morte di Robert Kennedy.

Ho scelto questa foto a rappresentare l’intero lavoro, perchè la trovo veramente toccante, anche se non corrisponde all’immagine preferita dallo stesso Fusco.

Ho spulciato e  raccolto da diverse fonti e siti web alcune notizie su questa foto e sul progetto in generale ed anche degli stralci di un’intervista di Mario Calabresi allo stesso Paul Fusco che ci racconta la storia di Funeral Train e di come  ha prodotto questo lavoro (testo in corsivo).

La storia di questo lavoro è inclusa anche nel libro di Mario Calabresi “Ad occhi aperti”, edito da Contrasto, che tra parentesi vi consiglio caldamente di leggere.

Sul sito di Magnum, trovate tutte le foto che sono state inserite in un libro, “RFK Funeral Train” .

Anna

USA. Harmans, MD. 1968. Robert KENNEDY funeral train.

Siamo nel 1968. Robert Francis Kennedy, fratello del più famoso JFK e candidato alle elezioni presidenziali del 1968, viene assassinato all’indomani della sua vittoria  nelle elezioni primarie di California e Dakota del Sud.

Paul Fusco lavorava come fotografo per il periodico Look Magazine il giorno in cui il feretro di RFK partì dalla Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il funerale si svolse a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, dopo di che la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John.

“Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.

“Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

“Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini”. 

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”. 

Non so se sia stato fortunato o se abbia veramente avuto un’idea geniale, perchè trovo che questo lavoro sia veramente originale e anzi sia di molto maggior impatto rispetto ad un tradizionale reportage che un fotografo avrebbe potuto scattato sul treno e al funerale.

Tutto scorre attraverso il finestrino del treno, Paul Fusco scatta quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l’abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo. Un intero spaccato di vita delle periferie americane, che rende omaggio all’uomo che aveva dato loro una speranza, dopo l’assassinio del più famoso fratello JFK.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

Ma veniamo alla nostra immagine.

Verso il tramonto Fusco inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d’altezza e probabilmente di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull’attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell’addio. (E’questa la foto che ho scelto per rappresentare l’intero portfolio n.d.a.).

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere”. I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

“La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo dell’America dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”.    

Eccola:

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Delle 2000 fotografie scattate, fino ad oggi ne conoscevamo soltanto cinquantatré, ma ora dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington ne sono riemerse altre milleottocento.

Look magazine non pubblicò nessuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima con le foto della morte e dei funerali; allora a Look decisero di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio.

“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.      

Se volete approfondire la conoscenza di Paul Fusco, qua trovate la sua biografia e altri suoi lavori .

Nuovo autore Mu.Sa.: Danilo Garcia Di Meo

Ecco la nuova proposta di Mu.Sa. Un nuovo autore con un bel progetto, Danilo Garcia di Meo. Complimenti Danilo!

Per partecipare alle selezioni per diventare autore Mu.Sa. seguite le indicazioni a questo link.

Ciao a tutti!

 

“Letizia – Storia di vite non viste”

Letizia è nata 32 anni fa in provincia di Lecce. La mancanza di ossigeno durante il parto le induce la paralisi cerebrale. Ha una tetra paresi spastica. Quando ha 5 anni i genitori decidono di trasferirsi a Monterotondo, vicino Roma, per trovare cure più all’avanguardia. Frequenta le scuole superiori, si appassiona all’uso del computer. “Mi sono diplomata come tecnico per il turismo” racconta “a scuola avevo delle belle amicizie, i miei compagni mi stavano vicini e mi aiutavano”. E’ costretta alla carrozzina, non riesce a parlare e non ha tenuta del corpo, la parte del corpo che controlla meglio è il capo e con quello manovra dei sensori. “Non è stato sempre facile comunicare, soprattutto con coloro che non capivano la mia lingua, che è fatta di sguardi e cenni del capo. Molti rinunciavano a comprendermi”. Poi, arriva al Centro diurno Socio Educativo per persone con disabilità del territorio, in cui oggi lavora nella segreteria sociale “Con i miei colleghi abbiamo costituito un buon gruppo dove ognuno rispetta i tempi dell’altro”. Letizia vuole che la sua storia sia da stimolo e spunto di riflessione “per aiutare coloro che non riuscivano a parlare come me si è iniziato ad usare l’e-tran, un pannello che amplifica le possibilità di comunicazione utilizzando il movimento degli occhi”. Fino a quel momento si andava per tentativi, interpretando il suo sguardo. Adesso, però, Letizia può comunicare il suo pensiero. La qualità della sua vita è in continua evoluzione. Spesso la persona disabile viene identificata con la sua disabilità. Letizia è la dimostrazione di questa cecità sociale; è una giovane donna che vive la sua vita facendo tutto ciò che le è possibile e, a volte, anche di più.

http://www.danilogarciadimeo.com/

 

Riscriviamo la storia con nuove didascalie, progetto geniale.

Ciao, oggi vi racconto la storia di Marco Picchio!

Marco Picchio è un collezionista che ha acquisito oltre 200.000 negativi scartati dalle testate americane dagli anni’50 agli anni’90. Ho scoperto il suo archivio grazie ad una amica, Benedetta Donato.

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Al MIA ho guardato con attenzione le fotografie allo stand (una piccola selezione di 13 fotografie, sottoposte ad un attento processo di restyling, provenienti dai negativi della sua collezione) e mi sono sembrate eccezionali. Le fotografie in sé lo erano,  così come l’idea di inventare le didascalie differenti dalle originali.

Le fotografie saranno presto in vendita con lo scopo di promuovere il collezionismo cartaceo …e le vorrei tutte.

 L’idea geniale è in secondo luogo questa:
in  pratica il collezionista ne ha riscritto la storia, ideando delle nuove didascalie. E’ un gioco per far capire come un’immagine antica e inedita possa essere proposta nel presente e letta come originale e nuova perché ne viene ripensata e riscritta la narrazione.

Ogni fotografia è stata recuperata da negativo, stampata ai pigmenti, su Carta Museo Silver Rag, 100% Cotone. Le fotografie sono realizzate in 3 esemplari, più una prova d’artista.

Le didascalie, al quanto strane, sono inventate da Marco, che  da collezionista diventa autore di questa nuova narrazione riportando le immagini a nuova vita.

 

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Ecco il testo che accompagna le immagini, scritto da Benedetta Donato.

Giorni Molteplici

La fotografia di archivio è un contenitore di una moltitudine di memorie, di immagini legate a situazioni trascorse, ad un ricordo considerato passato che, in quanto tale, non è più modificabile.

Sono immagini sature, la cui visione richiama il collegamento immediato ad un contesto temporale precisamente remoto, sempre uguale a se stesso, di cui continuano a rappresentare una testimonianza immobile e immutabile, che rischia di cadere nell’oblio.

Giorni Molteplici è il progetto nato per ridar vita ad immagini riconducibili a diversi autori e appartenenti al passato più recente, finora conservate su pellicola e custodite nell’archivio creato da Marco Picchio, ideatore di questo particolare percorso.

Per la prima volta, vengono esposte fotografie in gran parte inedite, frutto di una selezione accurata, successivamente sottoposte ad un processo di restyling, per ritornare a nuova vita, in una presentazione singolare che non mira ad essere solo formale, ma che rappresenta un invito a riconsiderare con occhi nuovi l’iconografia relativa a determinate memorie.

L’artefice di questo lavoro è al tempo stesso il fondatore di un’importante collezione che oggi conta quasi duecentomila negativi, acquisiti da testate americane, con particolare riferimento ad avvenimenti di cronaca ed episodi di vita quotidiana statunitense del periodo compreso tra il 1950 e il 1985.

La sperimentazione messa in atto dall’autore, si traduce nella riutilizzazione di immagini, mai viste o dai più dimenticate, allo scopo di presentarle come fotografie dotate della caratteristica di originalità, cui sono stati conferiti nuovi significati.

Il riadattamento di senso viene attuato attraverso l’associazione ad ogni frammento di nuove didascalie, elaborate sottoforma di pensieri, osservazioni e citazioni, oramai sedimentate nel pensiero collettivo, che corredano le immagini e consentono una rilettura di quel momento, così trasformato e ricontestualizzato, per apparire come visione rinnovata, in quanto concettualizzata nel presente.

L’immagine viene in questo modo ricalibrata, subendo una metamorfosi che le consente di offrirsi esteticamente ed effettivamente riadattata nel contemporaneo, pur mantenendo la propria autenticità, per essere percepita e fruita come opera nuova, appartenente e corrispondente al momento presente in cui viene riproposta.

L’esperimento è così riuscito e la ricerca artistica messa in atto produce opera ristrutturata che assume sembianze inedite, matrice di una nuova narrazione capace di destare, nello spettatore, meraviglia e curiosità.

Dalle immagini intese come testimonianza remota a fonti di ispirazione per uno o diversi racconti di vita: il materiale di archivio per l’autore, così come per il collezionista, custodisce potenzialità indefinite, che riescono ad esplodere con nuove interpretazioni, dando origine a Giorni Molteplici, alle diverse esistenze e agli indefiniti significati che una fotografia può continuare ad assumere nel tempo, grazie alla moltitudine di riscritture del passato colmo di storie e identità, da rintracciare, svelare e restituire a nuove possibilità visive.                                               © Benedetta Donato, 2017

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Nota Biografica

Marco Picchio

Classe 1966, nasce nella provincia di Milano e si dedica ad attività imprenditoriali in diversi settori produttivi dal 1989.

Dal 2005 ha collezionato circa 200.000 negativi fotografici scartati da testate giornalistiche.

La passione per il collezionismo, lo ha condotto nel 2007 a fondare con altri due soci, ICharta (www.icharta.com) l’ecommerce del collezionismo cartaceo.

Vorrebbe far confluire parte dei negativi appartenenti al proprio archivio in ICharta per creare una sezione inerente il collezionismo fotografico. Il MIA è la prima occasione per confrontarsi con il mercato della fotografia.

Il lavoro esposto al MIA.

Spero questa storia vi sia piaciuta e che facciate un giro sul suo sito!

Ciao

Sara

Gus Powell, mamma mia, che fotografie!

Oggi ho scovato per voi questo fotografo di strada americano.

Che ne pensate? Io lo trovo davvero bravo.

Anna

 

Gus Powell è nato nel 1974 a New York City e ha frequentato l’Oberlin College dove si è laureato in religione comparativa. Nel 2003 è stato selezionato tra i 30 under 30 di PDN (Photo District News ogni anno segnala 30 fotografi under 30 da tenere d’occhio – n.d.t.) ed ha anche pubblicato la sua prima monografia, The Company of Strangers (J&L Books). Le sue opere sono state esposte a livello internazionale, tra cui una mostra personale al The Museum of The City of New York e mostre collettive al The Art Institute of Chicago, al  Museum of Fine Arts Houston e al FOAM, Amsterdam.

Le sue fotografie sono state pubblicate su Aperture, Harpers, Vogue, M le mag – Le Monde, Wired, Fortune e W ed ha collaborato regolarmente per circa 10 anni con la rivista The New Yorker. E’ un membro del collettivo di Street Photography In-Public e docente nel dipartimento the MFA Photography, Video and Related Media presso la School of Visual Arts, NY.

La sua opera è inslusa nei libri Bystander: A World History of Street Photography e Street Photography Now. La seconda monografia di Powell, The Lonely ones (J&L Books 2015) è ispirata al lavoro di William Steig (illustratore, scultore e scrittore statunitense, specializzato nella letteratura per ragazzi – n.d.t.) ed è un ritorno alle sua pratica originaria di utilizzare inmagini abbinate a  testi.

Fonte: libera traduzione dal sito dell’autore

Qui un interessante video che mostra Gus Powell all’opera

Qua il suo sito personale

 

Gus Powell was born in New York City in 1974 and attended Oberlin College where he majored in comparative religion. In 2003 he was selected to be in PDNs 30 under 30 issue and also published his first monograph, The Company of Strangers (J&L Books). His work has been exhibited internationally, including a solo show at The Museum of The City of New York and group exhibitions at The Art Institute of Chicago, Museum of Fine Arts Houston and FOAM, NL.

His photographs have been published in Aperture, Harpers, Vogue, M le mag – Le Monde, Wired, Fortune and W, and he has been a regular contributor to The New Yorker magazine for a decade. He is a member of the street photographers’ collective In-Public and is faculty in the MFA Photography, Video and Related Media Department at the School of Visual Arts, NY.

His work is included in the books Bystander: A World History of Street Photography and Street Photography Now. Powell’s second monograph, The Lonely Ones (J&L Books 2015), was inspired by the work of William Steig and is a return to his earlier practice of using image and text together.

Source: author’s website

Nuova autrice Mu.Sa.: Emanuela Colombo

L’autrice Mu.Sa. che vi presentiamo oggi, ci propone un progetto di ritratti alquanto inusuali.

Se volete provare ad inviarci il vostro lavoro per la pubblicazione, trovate qua tutte le indicazioni!

 

Polli, preservare la biodiversità

I moderni metodi di allevamento prevedono l’utilizzo di due sole tipologie di animali, ibride e create dall’uomo attraverso la modificazione genetica: il broiler (ovvero il pollo da carne), e la gallina da uova.

L’attenzione al solo profitto ha portato gli allevatori a promuovere un allevamento standardizzato che non tiene conto delle origini territoriali e della storia delle diverse specie. Tutto questo ha quasi portato all’estinzione di centinaia di tipi genetici e ad un altissimo danno alla biodiversità animale. Fortunatamente, alcuni anni fa, un gruppo di amanti dei polli ha iniziato a ricercare gli ultimi esemplari delle razze originarie e ha ricominciato ad allevarle, riportando in vita biotipi quasi scomparsi. Se non fosse stato per loro molti di questi polli si sarebbero definitivamente estinti e i loro geni sarebbero andati perduti.

Gli allevatori di queste razze originarie competono in gare di bellezza, nelle quali ogni animale e’ giudicato in base a dimensione, forma, colore, piumaggio,etc.., caratteristiche definite e specifiche per ogni singola tipologia.

Mi chiamo Emanuela,
dopo la laurea in Scienze della Comunicazione allo IULM di Milano ho lavorato per quasi 10 anni nell’ ufficio acquisti di diverse aziende della zona. Alla fine ho capito che quel percorso non faceva per me e ho deciso di dedicarmi alla mia grande passione, la fotografia. Nel 2007 ho frequentato il Master in “Photography and visual design” presso la Naba

Dall’inizio del 2007 collaboro diverse ONG per la produzione di storie riguardanti le loro attività in Italia e all’estero. Ho pubblicato I miei lavori su testate italiane ed estere.
Dal 2009 fotografo in studio e mi sono specializzata in ritratto, soprattutto di animali.

www.emanuelacolombo.com

Chickens | Preserving Biodiversity.

Modern poultry breeding methods only involve the use of two chicken breeds, hybrid and totally created by man through genetic modifications: the breed broiler (meat) and the laying hen (for eggs). The focus on profit has led poultry farmers to ignore the history and territorial origins of the species, to promote a standardized production that has no other aim than the greatest profit. A real cultural and biological pollution, which has almost determined the extinction of hundreds of genetic types and a very high damage to the species biodiversity. Fortunately some nostalgic fans have started researching the last vestiges of the original breeds of chickens and have taken to breed, reviving poultry breeds almost disappeared. If it was not for them many of these chickens would definitely extinct and their genes lost. The breeders of these ancient breeds compete in beauty competitions, each animal is evaluated for posture, size, shape, design and color of the plumage.

My name is Emanuela.

After graduating in Communication Sciences at IULM in Milan, I worked for almost 10 years in purchasing department of several companies in the area.

Finally, after so long, I realized that it was not for me and I decided to dedicate myself to my passion, photography.

In 2007 I attended a Master in “Photography and Visual Design” at the NABA .

Since the beginning of 2007 I work with several NGOs to produce reportages / stories about their activities’ in Italy and abroad. I have published my work on Italian and foreign magazines.

Now I have a studio where I take portraits expecially of animals.

 

 

Un fotografo italiano straordinario: Luigi Ghirri

Come si potrebe non includere Luigi Ghirri nell’elenco dei Maestri della Fotografia? Molti lo conosceranno già, ma è un autore che vale la pena sempre tenere ben presente.

Io lo apprezzo tantissimo, per me il più grande fotografo italiano.Ho visto diverse sue mostre e divorato i suoi libri.

Avevamo già parlato di lui qua.

Credo che sia il fotografo che abbia maggiormente influenzato tutta una generazione di fotografi dei giorni nostri.
Peccato che anche lui ci abbia lasciato molto presto.

Anna

 

“Fotografare, per me, è come osservare il mondo in uno stato adolescenziale, rinnova quotidianamente lo stupore; è una pratica che ribalta il motto dell’Ecclesiaste: niente di nuovo sotto il sole. La fotografia sembra ricordarci che ‘non c’è niente di antico sotto il sole'”. Luigi Ghirri

Nasce a Scandiano (Reggio Emilia) il 5 gennaio 1943.
Inizia a fotografare nel 1970 lavorando principalmente per artisti concettuali; in questo anno dà il via varie a ricerche personali che verranno successivamente pubblicate con i titoli diversi. Del 1972-1974 è il lavoro “Colazione sull’erba”; nel 1973 realizza “Atlante” e tiene la prima mostra personale a Modena. Lavora inoltre come grafico e nel 1975 è scelto come “Discovery” dell’anno da “Time-Life”; nello stesso anno è pubblicato un portfolio di otto pagine in “Time-Life Photography Year”.

Nel 1977 fonda insieme a Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte la casa editrice Punto e Virgola, per i tipi della quale pubblica, in Italia e in Francia, Kodachrome (1978) frutto di una ricerca intrapresa all’inizio del decennio.
Nel 1979 il CSAC dell’Università di Parma gli dedica una grande mostra monografica.
Nel 1982 è invitato all’esposizione “Fotographie 1922-1982” alla Photokina di Colonia. L’anno seguente la rivista “Lotus International” gli affida l’incarico di fotografare il cimitero di Modena di Aldo Rossi. Inizia ora un intenso lavoro finalizzato all’analisi dell’architettura e del paesaggio italiano realizzando volumi su Capri (1983), con Mimmo Jodice, l’Emilia Romagna (1985-1986), Aldo Rossi (1987) ; collabora inoltre stabilmente con la rivista “Lotus International”. Svolge anche un’importante opera di organizzazione di progetti espositivi, tra cui “Iconicittà”(1980) al PAC di Ferrara, “Penisola”(1983) al Forum Stadtpark di Graz, “Viaggio in Italia” (1984), mostra itinerante, e “Descrittiva” (1984) per il Comune di Rimini.
Nel 1985 pubblica un volume sulle opere di Paolo Portoghesi e porta a termine un lavoro sulla Città Universitaria di Piacentini, l’anno successivo intraprende il progetto di lettura del paesaggio padano “Esplorazioni lungo la via Emilia”.
Nel 1988 viene pubblicato il volume “Il Palazzo dell’Arte“, di A.C. Quintavalle, corredato da una sua ricerca fotografica sui principali musei italiani e stranieri.
La sua lunga e profonda riflessione sul tema del paesaggio culmina sul finire degli anni Ottanta con la pubblicazione dei volumi Paesaggio italiano e Il profilo delle nuvole, entrambi del 1989.
Nel 1991 conclude un lavoro su Giorgio Morandi, che lo aveva impegnato per due anni.
Muore a Roncocesi (Reggio Emilia) il 14 febbraio 1992.

Fonte: Archivio Luigi Ghirri

Qua trovate un documentario su Luigi Ghirri. E’ un po’ lungo, ma vale la pena di vederselo con calma.

 

Duane Michals, le sue sequenze sono geniali, guardate!

Ciao a tutti!

Conoscete già Duane Michals? E’ un fotografo americano famoso per le sue sequenze, a cui spesso aggiunge anche dei testi, creando delle specie di sequenze cinematografiche.

Mi piacciono anche le altre opere dove ci sono degli interventi di pittura. Ricordate la copertina di Synchronicity dei Police? Forse siete troppo giovani… 😉

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 Io lo adoro. Spero piaccia anche a voi

Anna

Duane Michals (McKeesport, 18 febbraio 1932) è un fotografo statunitense.

Dalla metà degli anni sessanta del XX secolo, Michals affianca alla propria attività commerciale un lavoro personale rivolto all’esplorazione dell’emotività umana, del mondo interiore, attraverso varie forme di manipolazione del linguaggio fotografico quali sequenze narrative, esposizioni multiple ed interventi manuali di tipo pittorico e grafico.

Michals è cresciuto a McKeesport, in Pennsylvania. Nel 1953 si è laureato presso l’Università di Denver. Dal 1956 studia alla Parsons School of Design di New York non completando gli studi. Nel 1958 durante una vacanza in URSS scopre il proprio interesse per la fotografia.

Rientrato a New York, lavora come fotografo freelance per riviste come Esquire, Mademoiselle e Vogue. Parallelamente svolge la propria attività in ambito non commerciale. Ottiene la prima mostra personale alla Underground Gallery di New York nel 1963, dove espone tra l’altro le fotografie scattate in Russia. Da sempre interessato al mondo dell’immaginazione esegue i ritratti degli artisti più amati come René Magritte e Balthus. Non avendo un proprio studio, fotografa le persone nel loro ambiente quotidiano, entrando così in contrasto con il metodo di altri fotografi dell’epoca come Richard Avedon e Irving Penn. I ritratti eseguiti tra il 1958 e il 1988 sono stati raccolti e pubblicati nel volume dal titolo Album 1958-1988: The Portraits of Duane Michals.

A metà degli anni ’60 iniziano le sperimentazioni che lo porteranno sempre più lontano dalla fotografia diretta: sovrimpressioni, doppie esposizioni, sequenze narrative, lunghe esposizioni. A metà degli anni ’70 inizia ad inserire testi manoscritti ai margini delle proprie sequenze che si fanno col tempo sempre più elaborate fino a raggiungere la dimensione di libri fotografici. A metà degli anni ’80 inserisce disegni e interviene pittoricamente sulle immagini.

Il lavoro di Michals è influenzato da artisti come William Blake e René Magritte, i temi affrontati derivano da esperienze emotive personali, piccoli drammi umani talvolta surreali, i sogni, la memoria, la condizione dell’essere umano. Di fronte all’impossibilità del mezzo fotografico di registrare qualcosa che vada oltre l’apparenza Michals ne forza il linguaggio mettendo in scena e fotografando storie poi presentate attraverso piccole sequenze narrative. I contesti sono strade cittadine o stanze vuote. Il tempo è quasi sempre lineare, anche quando l’azione ha carattere onirico; solo in alcuni casi, Things are queer e Alice’s Mirror, rispettivamente del 1973 e 1974, l’apparente sequenza cronologica si rivela una sorta di mise en abyme di matrice surrealista. La scrittura viene usata inizialmente per inserire il titolo sulla prima immagine della sequenza, col tempo diviene mezzo ulteriore per supplire alle mancanze del medium, per espanderne le possibilità, accrescendo allo stesso tempo il carattere intimistico dell’operazione.

Nel 1970 le sue opere vengono esposte al Museum of Modern Art (MoMA) di New York.Nel 1977 partecipa a Documenta 6.

Tra i lavori di natura commerciale, la commissione ufficiale da parte del governo messicano per le riprese fotografiche dei Giochi Olimpici del 1968 a Città del Messico la copertina dell’album Synchronicity dei Police nel 1983 e quella di Clouds Over Eden di Richard Barone nel 1993.

Fonte: Wikipedia

Duane Michals is an American photographer. Michals’s work makes innovative use of photo-sequences, often incorporating text to examine emotion and philosophy.

Michals’s interest in art “began at age 14 while attending watercolor university classes at the Carnegie Institute in Pittsburgh.” In 1953 he received a B.A. from the University of Denver. After two years in the Army, in 1956 he went on to study at the Parsons School of Design with a plan to become a graphic designer; however, he did not complete his studies.
He describes his photographic skills as “completely self-taught.”In 1958 while on a holiday in the USSR he discovered an interest in photography. The photographs he made during this trip became his first exhibition held in 1963 at the Underground Gallery in New York City.
For a number of years, Michals was a commercial photographer, working for Esquire and Mademoiselle, and he covered the filming of The Great Gatsby for Vogue (1974).He did not have a studio. Instead, he took portraits of people in their environment, which was a contrast to the method of other photographers at the time, such as Avedon and Irving Penn.
Michals was hired by the government of Mexico to photograph the 1968 Summer Olympics. In 1970 his works were shown at the Museum of Modern Art in New York. The portraits he took between 1958 and 1988 would later become the basis of his book, Album.
In 1976 Michals received a grant from the National Endowment for the Arts. Michals also produced the art for the album Synchronicity (by The Police) in 1983, and Richard Barone’s Clouds Over Eden album in 1993.
Though he has not been involved in gay civil rights, his photography has addressed gay themes. In discussing his notion of the artist’s relationship to politics and power however, Michals feels ultimately that aspirations are useless:
I feel the political aspirations are impotent. They can never be seen. If they are, it will only be by a limited audience. If one is to act politically, one simply puts down the camera and goes out and does something. I think of someone like Heartfield who ridiculed the Nazis. Who very creatively took great stands. He could have been killed at any moment, he was Jewish, and my God what the guy did. It was extraordinary. You don’t see that now.
Michals cites Balthus, William Blake, Lewis Carroll, Thomas Eakins, René Magritte, and Walt Whitman as influences on his art. In turn, he has influenced photographers such as David Levinthal and Francesca Woodman.
He is noted for two innovations in artistic photography developed in the 1960s and 1970s. First, he “[told] a story through a series of photos” as in his 1970 book Sequences. Second, he handwrote text near his photographs, thereby giving information that the image itself could not convey.

Source: Wikipedia